Stiamo vivendo un attacco globale alla democrazia, la crisi economica è il pretesto per mascherarlo. Questo l’autrice (nella foto) dell’articolo lo dice. Anche se tra i grandi media c’è la tacita intesa di non dirlo.
Zephyr Teachout

Zephyr Teachout

di Zephyr Teachout 

Pochi mesi fa, di mattina presto, quando ero ancora candidata alla carica di governatore di New York, ho incontrato un uomo che parlava da solo, agitato e ad alta voce. Quando l’ho superato sul marciapiede, si è voltato verso di me e ha iniziato a borbottare un misto di insulti e di brevi frasi. E poi, proprio mentre stavo per scomparire giù per le scale verso la metropolitana, ha urlato a pieni polmoni:

Io sono il capitano della mia nave. Io sono il padrone della mia anima.

Ero sconvolta e non poco commossa. Questo uomo rappresenta tutti noi, e asserisce che abbiamo ancora il controllo su noi stessi malgrado le ovvie prove contrarie.

Dato che stavo andando a un evento politico, ho sentito questo maggiormente. Noi – l’America – siamo quell’uomo che urla contro il nostro autogoverno, il trasmettere notizie su queste elezioni, cercando di opporci a questa semplice, terrificante verità: non siamo governati da noi stessi. Abbiamo rinunciato al controllo della nave.

Gli Stati Uniti stanno sperimentando più disuguaglianza di quella che c’è stata in 80 anni. Abbiamo creato sempre maggiore divisioni razziali nelle scuole, e abbiamo un numero sempre minore di posti di lavoro buoni, e c’è più fame, paura e impotenza. Gli interessi di poche ricchissime persone – la ricchezza è così nascosta e concentrata che le cifre sono difficili da analizzare – hanno chiarito che intendono continuare a togliere al nostro paese le sue risorse e prenderle per se stessi. L’1% possiede più di un terzo della ricchezza che esiste in America, e 4 anni fa, la decisione dell’organizzazione Citizen United ha dato il permesso costituzionale che l’America delle grosse aziende entrasse spudoratamente in politica.

Ora, di fronte a questa società che sta rapidamente creando separazioni, i giornalisti politici americani affrontano la difficile sfida di occuparsi di politica quando questa è fondamentalmente cambiata. Fanno i loro servizi su una democrazia o su un’oligarchia? Nella frenesia che ha preceduto le elezioni di martedì (4 novembre, n.d.t.) questa dualità è stata particolarmente visibile, quando, a un certo punto, i giornalisti parlano del fatto che questo o quel candidato manca di “carisma”, e cinque minuti dopo scrivono su come, in realtà, il fatto che sia accettabile per i grossi finanziatori è l’unico elemento determinante di chi si mette in lizza per una carica.

Questa primavera, uno studio fatto da professori dell’università di Princeton e della università Northwestern, riferiva che le preferenze degli elettori erano essenzialmente irrilevanti nel determinare quali politiche perseguivano i funzionari eletti da loro. Per questo ciclo elettorale di medio termine sono stati spesi circa 3,67 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali provenienti da una piccola frazione di grossi interessi; ci si aspetta che l’affluenza sarà bassa.

Gli americani sentono questa separazione. Mentre ci sono molte teorie riguardo al disgusto e all’apatia per questa elezione, forse è semplicemente questo: alla gente non piace che gli venga detto falsamente che ha il potere mentre non lo ha.

Questo significa che c’è un argomento che riassume tutti gli altri da cui dipendono tutti gli altri problemi – ed è ripristinare la democrazia stessa. Se non abbiamo una democrazia sensibile, tutti i dibattiti sulle scuole private sovvenzionate con denaro pubblico (“charter schools), sulla fratturazione idraulica, e gli high-stakes testing è[i test scolastici che hanno importanti conseguenze per chi li affronta e li supera: un diploma di scuola superiore, una borsa di studio, una licenza per praticare una professione, la militarizzazione delle forze di polizia – mi preoccupo di tutti questi problemi – non sono dibattiti reali. Quando le elezioni non sono democratiche, anche le discussioni più populiste diventano superficiali, scollegate dal potere reale; sono teatro.

Forse posso convincere il 70 per cento  dei cittadini di New York ad appoggiare un’imposta sulle transazioni finanziarie, ma se non c’è una democrazia sensibile, quella percentuale non si tradurrà in un’imposta sulle transazioni finanziarie. Mi preoccupo delle cure odontoiatriche e di mettere fine alla massiccia sorveglianza pubblica e privata e di finanziare le scuole in modo che possano avere classi poco numerose. Ma posso passare tutta una vita a difendere le cure odontoiatriche per tutti, ma in una democrazia non sensibile, non importa. Forse vi ricordate del 90% di americani che voleva la riforma sull’uso privato delle armi, in seguito alla tragedia di Sandy Hook, ma non l’ha ottenuta. La pubblica opinione senza il potere pubblico ora modifica qualsiasi argomento in America.

Dobbiamo quindi tenerci saldamente attaccati a qualsiasi leva di potere che ci è rimasta. Abbiamo bisogno di un movimento populista con candidati, proteste e richieste chiare che abbiano due fondamentali fronti:

Eliminare il sistema attuale di campagne finanziate privatamente e adottare un sistema di finanziamento pubblico come quelli usati a New York City, nel Connecticut, Arizona, Maine e nella maggior parte delle democrazie moderne in Europa.

La chiave per correggere i finanziamenti pubblici è di liberare la politica dai grandi capitali. Lo stato di New York e poi gli Stati Uniti – potrebbero adottare il sistema della città di New York che fornisce 6 dollari di finanziamento per ogni dollaro versato come piccola donazione. Oppure il paese potrebbe seguire l’esempio del sistema adottato in Connecticut, che fornisce una somma forfettaria. Quello che importa è che dobbiamo dispensare i politici dal lavorare per i loro benefattori.

Molti democratici in tutto il paese non possono opporsi alla fratturazione perché consumerebbe la base dei loro benefattori. Non possono difendere coraggiosamente i sindacati degli insegnanti perché il sostegno ai fondi speculativi si prosciugherebbe. E se vogliono accettare una piattaforma senza avere nessuna paura, i candidati sono costretti a trovare quella magica e rara attenzione nazionale che crea un’enorme base di donatori online. Succede. So che succede. Ma non è un sistema. Non possiamo contare su un caso fortuito perché la democrazia funzioni.

Distruggiamo i trust facendola finita con le grosse società che stanno minacciando la nostra democrazia.

E’ necessario ripristinare le normative anti-trust perché non possiamo avere il potere privato concentrato che inizia a diventare potere pubblico. Dobbiamo fermare la fusione di Comcast e Time Warner (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-13/comcast-acquista-time-warner-45-miliardi-dollari-101911.shtml?uuid=AB0) e porre fine alla pratiche discriminatorie di Amazon, e dobbiamo rovinare le grosse banche.

Nel campo bancario, dell’energia, del gas, delle televisioni via cavo, dell’agricoltura, della ricerca, abbiamo un numero limitato di compagnie che hanno accumulato così tanto potere che agiscono come una specie di governo ombra, controllando la politica, ponendo veti alle leggi perfino prima che possano essere presentate. I candidati si rifiutano di fare campagna elettorale su a una fusione con una TV via cavo perché hanno paura di essere lasciati fuori dall’MSNBC (un canale televisivo statunitense via cavo, n.d.t.) Non competono con le grosse banche perché queste sono diventate troppo grandi per fallire, per mettere in carcere e anche per discutere di politica.

Possiamo continuare a protestare contro la nostra democrazia, malgrado i fatti, o possiamo realmente occuparci della causa alla radice: la ricchezza concentrata che si prende il controllo della nostra politica. E, come le migliori generazioni di riformatori americani prima di noi, possiamo cambiare le strutture fondamentali. Possiamo realmente cambiare qualcosa, e la gente si riprenderà il potere.

*E’ un Aforisma di Abramo Lincoln: “La democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo”.

Originale : The Guardian

Traduzione di Maria Chiara Starace

17 novembre 2014