Vincent Emanuele è uno scrittore, attivista e giornalista radiofonico che vive a Michigan City, in Indiana. Volentieri pubblichiamo questo suo articolo nel quale descrive il dramma dei reduci nell’America che li “rifiuta”

Solo i morti hanno visto la fine della guerra.”  Platone

emanuelle-croppeddi Vincent Emanuele

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Oggi, per la seconda volta in meno di un mese, un reduce del mio circolo di amici attivisti si è  suicidato. Si chiamava Ethan. Il mese scorso, il mio amico Jacob, un altro reduce pacifista si è tolto la vita nella zona rurale dell’Arkansas. All’inizio di quest’anno, ho perduto due membri del plotone dove ho fatto il servizio militare; sono morti di cancro; nessuno dei due fumava o beveva. Infatti, sia Stephen che Sinbad erano alcuni dei  reduci più rigorosamente moralisti del nostro plotone. Nei tre anni precedenti, due reduci pacifisti sono morti prematuramente – Anthony per una overdose di droga e Joshua di cancro. Mentre gli anni passano, comincio a comprendere meglio l’affermazione di Platone sulla guerra. Ora ho perduto più amici da quando sono tornato a casa di quanti ne abbia perduti nella zona di combattimento.

La prima volta che ho letto la famosa citazione di Platone sulla guerra, pensavo alle lotte personali, a come ricordare o dimenticare la guerra, e a come andare avanti. Non ipotizzavo che i miei amici continuassero a morire. Stanno invece scomparendo con un ritmo  sorprendente. Il Centro per la Pubblica Integrità riferisce che: “I reduci si uccidono con il doppio della frequenza della popolazione civile; 49.000 si sono tolti la vita tra il 2005 e il 2011.” Per dirlo in altre parole, ogni 65 minuti, negli Stati Uniti,  si suicida un reduce e oltre il 30% dei reduci ha considerato l’ipotesi del suicidio. Queste notizie e queste statistiche stanno diventando sempre più importanti. Molti giornalisti, come Aaron Glantz, considerano loro dovere fare servizi sui problemi dei reduci. Oggi, tuttavia, la maggior parte degli americani sono inconsapevoli delle conseguenze catastrofiche delle guerre di aggressione senza fine. E mentre molto notizie evidenziano le difficoltà dei reduci, si scrive molto poco sugli effetti devastanti che le guerre hanno avuto sulle popolazioni civili che sopportano tale brutalità. Ma questo ci si aspetta in una società così chiusa come la nostra. Certamente gli americani sono insensibili  davanti al fatto di vivere in un impero. Negli imperi i soldati, i civili e i reduci muoiono e spesso.

Lotte personali

Sono tornato a casa dalla mia prima missione in Iraq, nel giugno 2003. Mentre la guerra infuriava gli americani erano indaffarati con forme banali di divertimento e di politica irrazionale. C’era un movimento contr la guerra, ma nel migliore dei casi era marginale e nel peggiore era totalmente impotente. L’elezione presidenziale del 2004 è stata una farsa totale. John Kerry, il candidato democratico di quell’anno, è inciampato su se stesso con tale facilità, che è sembrato stesse  buttando via  l’elezione a favore di Bush. Infatti Kerry per molti aspetti rappresenta la bancarotta assoluta dell’ideologia liberale moderna. Una volta preminente attivista contro la guerra, il senatore del Massachusetts ha rapidamente cambiato marcia arrivando al più alto livello della società politica americana leccando i piedi a tutti. Nel frattempo, i giovani soldati americani combattevano un’altra guerra infinita all’estero, questa volta in Medio Oriente.

All’epoca ero fondamentalmente  ignorante a livello politico. Sono cresciuto in una casa piena di Democratici. Mio padre era un operaio metallurgico sindacalista e i miei nonni erano operai siderurgici sindacalisti. Molti dei miei cugini, zie e zii lavoravano, o lavorano ancora nelle acciaierie o nelle industrie manifatturiere. Era una casa sindacalista. In un certo senso si potrebbe dire che sono cresciuto con la coscienza di classe. Mio padre mi ha sempre detto che i ricchi comandavano. Mi ha detto che i poliziotti, i giudici e gli avvocati erano corrotti e non ci si poteva fidare di loro. Tuttavia la sua analisi non andava molto di più in profondità. Quando gli ho detto che entravo nel Corpo dei Marine, mi ha detto che avrei finito per combattere un’altra guerra senza senso. Mi ha ricordato i suoi amici che erano ritornati dal Vietnam alla fine degli anni ’60, depressi, drogati e violenti.

Durante l’estate del 2003, i miei amici tornavano a casa dal loro primo anno al college. La maggior parte di loro frequentava scuole statali, specialmente l’Università dell’Indiana. Si scambiavano le loro storie di attività sessuale notturna con vari partner, feste a base di droga, e lezioni intellettualmente stimolanti. Le lezioni mi interessavano più di tutto, dato che avevo già avuto le mie esperienze di droga nel Corpo dei Marine, con un sacco di avventure notturne. Appollaiati  attorno ai tavoli di cucina dei nostri genitori, parlavamo di politica, della società, di arte, di morte e di guerra. Soggettivamente, l’ interesse maggiore dei miei amici era se avrebbero preso la sufficienza nelle varie materie, si sarebbero laureati e se infine avrebbero ottenuto un lavoro retribuito decente. La mia più grossa preoccupazione era se avrei rivisto i miei amici, mentre la nostra unità si stava preparando per una seconda missione in Iraq.

E’ diventato rapidamente ovvio che il mio viaggio attraverso la vita sarebbe stato drasticamente diverso da quello della vasta maggioranza degli americani. Ora, per essere chiari, le esperienze di alcuni americani sono simili a quelle dei reduci. Per esempio, i giovani afro-americani e latino-americani che vivono nei quartieri americani più violenti hanno una buona idea di che cosa significhi essere un reduce o una vittima della guerra. Dopo tutto, sono reduci di un tipo diverso di guerra: la Guerra alle droghe. Notizie continue di amici morti, di suicidi di sparatorie  e di overdose di droga,  infestano i discorsi nei quartieri fatiscenti. La stessa cosa è vera per i reduci. Proprio come la maggior parte degli americani hanno paura del Ghetto, anche loro evitano la brutale realtà delle guerre americane all’estero. Entrambe le lotte sembrano troppo distanti, troppo strane da capire per l’Americano medio. In un certo senso è vero: gli americani che non vivono nel Ghetto non hanno idea di che cosa esso comporti; la gente che non ha sperimentato la guerra non comprende che cosa vuol dire essere in guerra.

Durante tutto il tempo della mia seconda missione, sono diventato sempre più contrario alla guerra. Questo è accaduto per molte ragioni, ma specialmente a causa dell’insana brutalità inflitta al popolo iracheno dai miei colleghi Marine. Si sono impegnati a sparare agli innocenti, a torturare i civili e i combattenti nemici, a rubare le merci alle popolazioni locali, a mutilare i corpi dei morti, a farsi le fotografie con i cadaveri e a nascondere qualsiasi prova delle suddette azioni. Secondo il canale televisivo MSNBC, la CNN e FoxNews, noi eravamo i bravi ragazzi. Al diavolo, molti reduci non credevano neanche a questa stupidaggine. Ma molti americani sì. Hanno comprato la pubblicità. E il cosiddetto movimento pacifista non era molto migliore. La sua critica della guerra in Iraq non era fondata su principi e non era seria. Se fossero stati seri, non sarebbero spariti una volta che Obama ha assunto la carica. Con il senno di poi, il movimento era più una lotta contro Bush/Cheney/il Partito Repubblicano, che un movimento sociale contro la guerra, impegnato a identificare e ad affrontare  il militarismo in tutta la società americana.

In ogni caso, quando sono tornato a casa dalla mia seconda missione, era più che ovvio come la mia vita sarebbe stata diversa. Prima di tutto ero molto dipendente da droghe, alcool, e violenza. Sì, violenza. C’è una qualità di assuefazione per le forme estreme di violenza soggettiva. L’atto di uccidere qualcuno non è semplicemente traumatico e brutale, è anche tonificante e potente. Le droghe e l’alcool hanno soltanto ritardato i miei impulsi violenti. Se qualcuno al supermercato non diceva “grazie”, pensavo ai vari modi in cui potevo torturarli. Quando qualcuno al locale distributore di benzina non teneva la porta aperta per il cliente successivo, immaginavo di ucciderli. La loro mancanza di disciplina e di buone maniere mi procuravano un malessere  fisico. Qualche volta, quando andavo in giro in macchina in città, mi trovavo a sognare a uno scontro con qualcuno, chiunque. Volevo mostrare loro che cosa era la guerra. Volevo liberare la mia rabbia tramite la violenza, spesso immaginando gli scenari più raccapriccianti. In realtà volevo che provassero la stessa ansia e rabbia che sentivo in quei giorni. Il mio modo di pensare era superficiale: perché dovrebbero passare la vita indenni da guerre?

Naturalmente tutto questo ha avuto un impatto tremendamente negativo sulla mia vita. Ho perduto amici, compagni, e membri della mia famiglia a causa delle mie battaglie personali con la PTDS (Sindrome post traumatica da stress). In realtà lotto ancora con questi disturbi. Gli incubi di notte perseguitano  ancora il mio sonno. Impulsi violenti mi accompagnano nelle mie attività quotidiane. Ogni giorno è una lotta. Più tento di mettermi la guerra alle spalle, più il cane della guerra mi morde i talloni quando scappo dal dolore. Un giorno mia madre mi ha chiesto di smettere di fumare nel garage suo e di mio padre. Ho preso un bidone della spazzatura, l’ho scagliato contro il muro e ho minacciato di ucciderla. Due ore dopo singhiozzavo, con la testa tra le mani, cercando di spiegare a un amico che cosa era successo. Non ha saputo che cosa dirmi. Come avrebbe potuto?

L’attivismo come terapia

Dapprima mi sono impegnato con il movimento contro la guerra nel 2006. Il primo evento a cui ho partecipato è stato all’Università di Valparaiso, nell’Indiana. Era una tavola rotonda con tre partecipanti  a favore della guerra in Iraq e tre contro l’occupazione. Dopo che ognuno di loro ha parlato, si è dato inizio alla parte che comprendeva le domande e le risposte. Ascoltare le persone parlare della guerra mi faceva sentire a disagio, anche quando intervenivano le persone che promuovevano un messaggio contro la guerra. Come potevano sapere?  Come  sapevano? Alla fine mi sono alzato in piedi e ho detto: “Sono un reduce di guerra  che è stato inviato in Iraq in due distinte occasioni e sono d’accordo con i tre partecipanti che sono contro la guerra.”

Delle teste hanno cominciato a voltarsi. La gente ha cominciato a sussurrare. Alcuni tra la folla hanno iniziato a battere le mani. Anche i membri della tavola rotonda sembravano esterrefatti. Eravamo in guerra da tre anni e  era ancora una cosa fuori dall’ordinario per delle persone in un campus universitario sentire l’opinione di reduce che era contro la guerra. Davvero incredibile.

Dopo l’evento, un reduce del Vietnam è venuto da me e si è presentato come “Nick.” Ha continuato: “Sono così contento di conoscerti! Ti rendi conto di come sarà importante la tua testimonianza per il movimento? Ci sono un paio di reduci che vorrei tu conoscessi, quindi vieni al prossimo evento.” Nick mi ha consegnato un volantino e ci siamo scambiati i numeri di telefono. Mi ricordo di essere tornato a casa in macchina  e di aver pensato quanto questo piccolo evento era stato importante per me. Per una volta mi sentivo di nuovo forte. Sapevo che la mia storia, le mie emozioni, la mia vita erano importanti. Per così tanti anni avevo considerato la mia vita inutile, una cosa da buttare via facilmente. Il suicidio era sempre una possibilità. L’omicidio era soltanto una fantasia. Ora avevo un nuovo impegno: il movimento contro la guerra. Volevo cambiare la situazione, ridurre la negatività e partecipare a qualcosa di positivo.

Alla fine sono entrato nel movimento IVAW –  Reduci dell’Iraq contro la guerra (Iraq Veterans Against the War). Per me è stato un nuovo inizio. Finora i miei sentimenti contro la guerra erano limitati alla poesia, alla musica e all’arte. Ora contribuivo a un’associazione che mirava  a fermare le guerre, a essere solidale con gli iracheni e gli afgani, e ad aiutare i reduci a occuparsi dei loro sussidi per la salute e l’educazione. Mi ricordo che ero follemente contento di tutto questo andamento di cose. Voglio dire: eccomi qui, un ragazzo della classe operaia che a malapena ha preso la licenza delle scuole superiori che ora parla con gli attivisti laureati su come porre fine alle guerre in Iraq e in Afghanistan. E’ stata la prima volta che ho provato una felicità genuina da molto molto tempo. Inoltre gli attivisti erano meravigliosi. Molti dei reduci con i quali ho iniziato a lavorare avevano storie analoghe. Anche loro provenivano da piccole città e da ambienti della classe operaia. Al contrario del tempo che avevo trascorso nel Corpo dei Marine, mi sentivo  a mio agio nella comunità dei pacifisti.

Non ricordo correttamente la quantità di lavoro organizzativo per fare seminari, proteste, seminari di scrittura, raccolte di fondi, eventi  rappresentazioni teatrali  e teatrali nelle strade che abbiamo svolto durante i miei primi anni all’IVAW. Ma era un sacco di lavoro, sia emotivamente che fisicamente. I membri del movimento andavano e venivano. Alcuni restavano per vari anni. Altri si impegnano ancora. Questo lavoro ci ha tenuto molti di noi lontano dalla prigione e vivi. Per questo motivo sarò sempre grato alla comunità dei pacifisti. Mi ci vorrebbero settimane per parlare di tutti i reduci le cui vite oggi sono migliorate grazie al lavoro degli attivisti contro la guerra e degli organizzatori di comunità. Dove hanno fallito i politici e i dottori, molte di queste persone sono riuscite nel loro compito. E’ venuto fuori che molti di noi avevano semplicemente   bisogno di una nuova missione, una missione dedicata alla pace e alla giustizia, non alla guerra e alla distruzione.

Cionondimeno, l’attivismo non è sufficiente, come il tempo ha dimostrato. I nostri amici attivisti non sono immuni al rischio di suicidio. Infatti oserei supporre che gli attivisti sono più inclini al suicidio rispetto ai loro omologhi non attivisti. E’ difficile impegnarsi nel mondo dell’attivismo politico. Impegnarsi in lunghe conversazioni sul suicidio, il genocidio, la distruzione dell’ambiente, il razzismo, il patriarcato, il capitalismo, la detenzione di massa, ecc., a volte è un’attività che può schiacciare psicologicamente.  A me ha aiutato leggere la storia. Cerco di ricordarmi che faccio parte di una lunga serie di attivisti politici che combattono per il cambiamento rivoluzionario. Cerco di ricordarmi che faccio parte di una lunga fila di reduci che sopportano il carico emotivo e fisico della guerra. In tutta la storia della Civiltà Occidentale, i soldati hanno combattuto per gli interessi dell’impero in terre lontane, soltanto per tornare a casa in una società farsesca, priva di valori decenti.

Combattere per vivere

Quest’anno i cittadini statunitensi sono stati sommersi da notizie di suicidi, da Seymour Hoffman a Robin Williams, l’argomento è sulla punta della lingua di ogni americano. Nella comunità dei reduci, si scherza spesso sul suicidio, nello stesso modo in cui le infermiere scherzano sui malati e o i medici legali sui cadaveri. Spesso l’unico modo di affrontare il tema della morte è nascondere l’oscurità con una nebbia diumorismo. In effetti, la commedia spesso combacia con  l’assurdo. E’ l’unico modo di trattare gli estremi livelli di violenza e di morte. L’umorismo nero, come viene spesso chiamato, ci aiuta ad affrontare il vuoto della morte. Ma gli scherzi funzionano soltanto come un unguento locale. Soltanto a casa, con i propri cari, ci ricordiamo di questo vuoto. E’ un vuoto che non se ne andrà mai.

Allo stesso tempo, i nostri sforzi sono necessari ora più che mai. Le vittime delle guerre american non hanno il lusso degli ospedali per i reduci o delle sessioni gratuite di terapia. Alle vittime dell’aggressione statunitense, al contrario dei reduci americani e delle loro famiglie, non vengono assegnate cure mediche preferenziali, programmi educativi o indenità per la disabilità. Vivono, come tante persone in tutto il mondo, in una costante zona di guerra. Mentre i reduci come me sperano di avere un sonno decente che duri tutta la notte, gli iracheni e gli afgani sono fortunati se hanno un letto dove dormire. Questa non è una “corsa al ribasso”; è semplicemente un’ammissione della follia sopportata dalle principali vittime dell’aggressione statunitense. Di sicuro i reduci  se la passano male,  ma coloro che abbiamo occupato se la passano peggio. Questa dinamica deve essere riconosciuta e affrontata in modo serio se mai speriamo di trovare un compromesso tra giustizia e assurdità.

Nel frattempo i miei amici continuano a morire – i miei amici iracheni, i miei amici siriani, i miei amici libici, i  miei amici pachistani, miei amici palestinesi, i miei amici somali, i miei amici reduci….

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/all-of-my-friends-are-dying

Originale : TeleSUR English

Traduzione di Maria Chiara Starace

11 novembre 2014