Volentieri suggerisco la lettura di  questo articolo scritto da Zygmunt Bauman pubblicato su Eutopia Magazine  per l’inserto sul venticinquesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino

Sulle rovine del Muro di Berlino aleggia lo spettro di un mondo senza alternative

di  Zygmunt Bauman





dueNon è la prima volta che uno spettro simile fa la sua comparsa: la novità fondamentale è che stavolta aleggia sul mondo intero. Nei secoli di sovranità territoriale e indipendenza che hanno fatto seguito alla Pace di Vestfalia, nel 1648, l’assenza di alternative (in sintonia con la formula cuius regio eius religio, dove la religio successivamente sarebbe stata rimpiazzata con la natio) era confinata allo spazio racchiuso nei confini di un singolo Stato; c’erano alternative in abbondanza nelle vaste distese che cominciavano dall’altro lato del confine, e lo scopo principale della sovranità territoriale era quello di impedire a queste alternative, per amore o per forza, di varcare quella linea. Il perforamento e lo smantellamento del Muro di Berlino hanno fuso gli spettri locali dell’assenza di alternative in un unico spettro mondiale.



Questo processo di fusione era in fase già piuttosto avanzata ben prima della caduta del Muro, anche se la fusione precedente, intrapresa e perpetuata all’interno degli schieramenti sovranazionali territorialmente sovrani, non aveva ancora portata planetaria perché demarcato dalla reciproca imposizione di limiti territoriali (anche se ogni schieramento aspirava alla dominazione planetaria). Lasciando alla mercé dell’esponente neoliberista della famiglia degli spettri quei settori del pianeta fino ad allora inaccessibili, la caduta del Muro di Berlino ispirò e propagò un umore a’ la Fukuyama da fine della storia. La secolare rivalità tra spettri fratelli, che ogni tanto scivolava in guerra fratricida, alla fine, si lasciava intendere, era giunta al termine; e il vincitore, lo spettro neoliberista, si ritrovava solo sul pianeta, senza più sfidanti e senza più doversi fare in quattro per tenere sotto controllo, contenere o convertire le sue alternative, che ora brillavano esclusivamente per la loro incombente assenza. Questo almeno era quello che pensavano i suoi apostoli e profeti. I due Bush, padre e figlio in rapida successione, in combutta con i loro rispettivi amanuensi britannici, Margaret Thatcher e Anthony Blair, avrebbero scoperto a proprie spese (spese di sangue, vergogna e umiliazione) quanto fosse erronea la loro convinzione.



In Europa, tuttavia, il breve ma a suo tempo incontestato predominio della credenza in un mondo senza alternative ha lasciato effetti duraturi, di cui ancora oggi non riusciamo a valutare appieno la profondità e la persistenza. Lo smantellamento incessante della rete di istituzioni pensata per proteggere le vittime di un’economia sempre più deregolamentata e sospinta dall’avidità e la crescente insensibilità dell’opinione alla disuguaglianza sociale dilagante hanno prodotto fra gli stakeholders presenti e futuri della democrazia un costante calo della fiducia nella capacità dell’istituzione democratica di mantenere le proprie promesse, in drastica opposizione con le grandi speranze suscitante dall’inebriante momento di ottimismo seguito allo sgretolamento del Muro di Berlino. Hanno prodotto anche un allontanamento sempre maggiore e una rottura della comunicazione tra le élite politiche e la gente comune. Il preteso trionfo della modalità democratica di coesistenza umana ha portato, nella pratica, un avvizzimento e appassimento della fiducia dell’opinione pubblica nelle conquiste concepibili della democrazia. Questi effetti, così sgradevoli e deprimenti hanno colpito, anche se non in egual misura, tutti gli Stati membri dell’Unione Europea; ma si sono avvertiti in modo più straziante, probabilmente, là dove lo spettacolo dello sgretolamento del Muro di Berlino aveva suscitato le maggiori speranze, nei Paesi che si stavano emancipando dalla morsa ferrea delle dittature comuniste per entrare nel mondo della libertà e dell’abbondanza.



Sulle condizioni della Lituania a venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino, l’ottimo filosofo lituano Leonidas Donskis ha detto quanto segue:  



“Le differenze tra l’Europa occidentale e l’Europa centro-orientale in termini di potenza economica, potenzialità complessive, potere d’acquisto, qualità di vita, sono rimaste forti. Il senso di superiorità sul resto dell’ex Unione Sovietica che gli Stati baltici condividevano e godevano nel loro ruolo di ‘Occidente dell’Urss’ ha cominciato a scomparire. Invece di un sentimento di orgoglio e di tutte le grandi speranze di ricostruire la storia ripristinando la solidarietà sociale e la fede in un progetto comune per il futuro, la Lituania si è trovata travolta da un sentimento di amaro disincanto verso il proprio Stato, per via della burocrazia rigida e irragionevole, la mancanza di rispetto per i cittadini comuni, i gravi problemi di diritti umani e così via.



Tutto questo ha prodotto uno sviluppo inquietante, se dobbiamo credere alle statistiche ufficiali (che secondo la gente sono bel al di sotto del quadro reale): quasi mezzo milione di persone ha lasciato la Lituania negli ultimi dieci anni. Per nazioni di grandi dimensioni come l’Ucraina e la Polonia, numeri di questa portata non costituirebbero una minaccia esistenziale. Ma per la minuscola Lituania (meno di tre milioni di abitanti) certamente sì. Possiamo esaltare quanto vogliamo i pregi della mobilità sociale e accademica, elogiando a perdifiato l’ambizione e la brillantezza dei giovani lituani, ma resta il fatto che siamo di fronte a un processo doloroso, la perdita progressiva di un’opportunità vitale per riformare, rinnovare e ristrutturare la nostra vita accademica e politica. Oltre cinquecentomila persone che se ne vanno, in parte individui creativi e con elevato livello di istruzione, capaci di modificare o almeno di influenzare significativamente il clima politico e morale del paese, non sono una cosa da ridere. È una traiettoria del futuro”. (Il brano citato è tratto dal manoscritto di un lavoro in corso.)



Ed ecco un’altra visione, questa volta dalla Polonia, un vicino della Lituania molto più grande e ricco di risorse. Sulla “Gazeta Wyborcza”, uno dei quotidiani più autorevoli, il 24 ottobre il caporedattore della cultura, Roman Paw? owski, ha scritto che i polacchi di oggi sono spaccati in due generazioni: i “figli della trasformazione” e i “figli della crisi”. I primi, che ora hanno quarant’anni e più, “si convinsero, sull’onda dell’entusiasmo degli anni Novanta, che studiando e lavorando sodo avrebbero avuto una vita decorosa, [ma ora] sfacchinano 16 ore al giorno, lasciandosi maltrattare e sfruttare dalle grandi corporation per poter ripagare il mutuo e mantenere la famiglia”. I secondi, che ora hanno trent’anni e più, “non hanno messo su famiglia e non hanno mutui da ripagare perché nessuno glieli concede, sgobbano in lavori schifosi e vivono in una stanza in affitto o stanno ancora a casa dei genitori”. Gli esponenti della prima generazione, come suggerisce Paw? owski, continuano comunque a credere “nella superiorità della proprietà privata su quella pubblica e dell’interesse privato su quello collettivo, guardano con diffidenza alla spesa statale, che per loro sono soldi buttati via, e vedono i beneficiari dell’assistenza pubblica come parassiti”. “Per loro quello che conta è l’agiatezza e l’interesse personale: dopo tutto s
ono loro che pagano le tasse e contribuiscono al Pil”. Gli esponenti della generazione più giovane “non si fanno nessuna illusione sui [pregi] dei mercati globali”, “le cose condivise e il pubblico sono altrettanto importanti delle faccende individuali e private”. Della crescita del Pil non si curano particolarmente: gli interessa di più il capitale sociale. “Anche il loro atteggiamento verso il mondo è egoista, ma non hanno niente in contrario ad aiutare i più deboli, sapendo che potrebbero trovarsi anche loro ad aver bisogno di un aiuto del genere”. 


              

Venticinque anni fa, la folla prese d’assalto un muro di filo spinato che incarnava la mancanza di libertà, con la speranza che una volta caduti i muri la democrazia le avrebbe garantito la libertà, e la libertà le avrebbe assicurato il benessere. Venticinque anni dopo la caduta del muro, la democrazia attraversa una crisi senza precedenti (e all’epoca quasi inimmaginabile). Come ha sottolineato recentemente Ivan Krastev, brillantissimo osservatore dei meandri della nostra condizione comune, sul “Journal of Democracy” (vol. XXV, num. 4, ottobre 2014):



“Alcuni Paesi europei si presentano oggi come classici esempi di una crisi di democrazia provocata da una posta in palio eccessivamente bassa. Perché greci e portoghesi dovrebbero andare a votare quando sanno benissimo che la politica economica del prossimo Governo, per via dei problemi legati alla moneta unica, sarà la stessa di quello attuale? Ai tempi della guerra fredda, i cittadini potevano andare alle urne con l’aspettativa che il loro voto avrebbe deciso le sorti del Paese (se rimanere in Occidente o passare con l’altro blocco, se nazionalizzare l’industria privata). Questioni importanti e solenni erano all’ordine del giorno. Oggi la differenza fra destra e sinistra sostanzialmente è evaporata e il voto è diventato più una faccenda di gusti personali che qualcosa che meriti il nome di convinzione ideologica.



Le elezioni non solo stanno perdendo la capacità di catturare l’immaginario popolare, ma non riescono più a superare efficacemente le crisi. La gente comincia a perdere interesse per il voto. C’è il diffuso sospetto che siano diventate un imbroglio”.



E ci sono fondate ragioni, vorrei aggiungere, per sospettare che di questo imbroglio si debba ringraziare proprio la dottrina del mondo senza alternative

Traduzione di Fabio Galimberti © Eutopia Magazine  –  creative commons

8 novembre 2014