Anche se il progresso tecnologico ha portato a un aumento della produttività, dagli anni ’70 i salari sono stagnati e stiamo tuttora lavorando più duro – molto più duro – di quanto dovremmo. Le persone comuni non mietono le ricompense dell’accresciuta produttività e invece hanno bisogno di prestiti per soddisfare bisogni fondamentali, pur lavorando lunghe ore a compiti non gratificanti.

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di Preeti Kaur

Siete ingranaggi in una macchina”, ci siamo sentiti dire io e i miei colleghi avvocati praticanti nel nostro primo giorno di “arruolamento” in uno studio legale di Londra. “Migliaia di persone si sono candidate alla vostra posizione. Voi ce l’avete, ma le avete per un pelo. Se non siete disponibili a lavorare ottanta ore la settimana, possiamo rimpiazzarvi facilmente. Il Regno Unito non rispetta la Direttiva Europea sull’Orario di Lavoro”.

Questa introduzione enfatica è stata seguita da una discussione con la responsabile dei servizi di segreteria. Lei ci ha consigliato, delicatamente, ma con fermezza, di portarci dietro camicie di ricambio, una scorta di spazzolini da denti e (guardando le donne), “prodotti femminili” per il nostro inevitabile e imminente turno di trentasei ore di fila in ufficio. Il suo consiglio si è dimostrato inestimabile.

Bertrand Russell, il filosofo, critico sociale e attivista politico britannico, non era un tifoso del lavoro. Nel suo saggio del 1932 “Elogio dell’ozio” egli pensava che se le nostre società fossero state amministrate meglio, la persona media avrebbe avuto bisogno di lavorare solo quattro ore il giorno. Una giornata lavorativa simile avrebbe “dato a ogni uomo (o donna) il diritto ai bisogni e agli agi elementari della vita”. Il resto della giornata avrebbe potuto essere dedicato al perseguimento della scienza, della pittura e della scrittura.

A me questo suona parecchio bene. Bertrand Russell prevedeva correttamente che il progresso tecnologico avrebbe accresciuto la produttività. Comunque egli pensava che tale progresso tecnologico avrebbe liberato le persone da lunghi orari di lavoro. In modo simile, John Maynard Keynes stimava che entro il 2030 avremmo lavorato quindici ore la settimana.

Tuttavia, anche se il progresso tecnologico ha portato a un aumento della produttività, dagli anni ’70 i salari sono stagnati e stiamo tuttora lavorando più duro – molto più duro – di quanto dovremmo. Le persone comuni non mietono le ricompense dell’accresciuta produttività e invece hanno bisogno di prestiti per soddisfare bisogni fondamentali, pur lavorando lunghe ore a compiti non gratificanti.

Con la spiritualizzazione delle lunghe ore di duro lavoro si celebra l’etica protestante dello stesso. Stanno decollando gruppi Workaholics Anonimous [in analogia agli ‘Alcolisti Anonimi’, gruppi di disintossicazione dei ‘drogati del lavoro’ – n.d.t.]. Nell’estate del 2013 la Bank of America ha subito intense critiche dopo la morte di un dipendente.

In “Saggi di sociologia” Max Weber in una cultura che è organizzata su lunghi orari di lavoro, per la maggioranza, difficilmente c’è spazio per legami sociali con altri. Essi sono riservati all’un per cento dei capitalisti che non hanno “preoccupazioni economiche”. Con la società organizzata per dedicare così tanto tempo al lavoro, perseguire una vera spiritualità, sull’esempio di Budda, Gesù o Francesco, è condannato al fallimento.

Un documento dell’aprile 2014 di John Pencavel, della Stanford University, dimostra che ridurre gli orari di lavoro può essere un bene per la produttività economica. Mentre lavorare settimane lavorative più brevi può essere un bene per la produttività, Naomi Klein, autrice del nuovo libro “This Changes Everything: Capitalism vs the Climate” [Questo cambia tutto: capitalismo contro clima], si spinge più in là.

La Klein afferma che dobbiamo rivoluzionare le nostre vite lavorative se vogliamo combattere il cambiamento climatico. La Klein promuove una giornata lavorativa di giorni – una settimana lavorativa di 21 ore – come soluzione al problema più pressante del ventunesimo secolo. Le persone sono sovraccariche di lavoro e tale sovraccarico “è intimamente legato” a un modello di consumo particolarmente sprecone; “non c’è tempo, dopo il lavoro, per fare null’altro che prendersi del cibo da asporto, e meno tempo per attività a basso consumo, come cucinare”.

Le imprese più grandi investono ogni anno milioni di “gestione delle risorse umane”. La ricerca informa le decisioni dei datori di lavoro di elogiare periodicamente i dipendenti per i loro sforzi, in modo da farli sentire “emancipati” e “apprezzati” e di ridurre la probabilità che chiedano un aumento reale dei salari. Con un’enfasi così pesante sulle “risorse umane” e milioni spesi ogni anno negli studi di gestione del personale, i datori di lavoro devono sapere che orari di lavoro più lunghi non fanno nulla per la produttività.

Il lavoro ha un’altra funzione. Il lavoro ci impedisce di organizzarci per una società che sia amministrata meglio, per una ridistribuzione più equa del potere politico e della ricchezza … e anche del tempo. Tempo da dedicare ai nostri cari, a costruire le nostre comunità e alla vera ricerca della felicità. Una società interamente diversa che persegua l’equità piuttosto che la crescita economica. Una società che – come immaginava Bertrand Russell – ci consentirebbe di dedicare giornate alla ricerca scientifica e all’arte. Dopo dodici ore di lavoro – o trentasei ore di fila in ufficio – nessuno ha l’energia per partecipare a riunioni o ad azioni, per organizzare o dimostrare a favore di una gestione alternativa rivoluzionaria della società, e delle risorse umane e naturali.

Decisioni individuali di passare a settimane lavorative più brevi possono condurre a stili di vita più sani per i pochi che sono in grado di operare tali cambiamenti. Tuttavia i cambiamenti individuali non sono sufficienti a produrre l’impatto necessario sul cambiamento climatico o a una più equa distribuzione della ricchezza e del potere politico. Oggi molti nella classe lavoratrice fanno diversi lavori e straordinari per contribuire a far quadrare i conti. Passare a una settimana lavorativa di 21 ore semplicemente non è fattibile. Non si pagherebbero le bollette.

E’ chiara la necessità di azione collettiva. Nel suo nuovo libro “Time on Our Side” [Il tempo è dalla nostra], pubblicato dal gruppo radicale di esperti New Economic Foundation, l’economista Robert Skidelsky scrive: “Se ci liberassimo di questa routine dei consumi potremmo riconsiderare che cosa intendiamo per una vita buona. Potremmo allora elaborare come strutturare le nostre istituzioni per rendere più facile vivere una vita simile … I mezzi politici per realizzare questo obiettivo includono la condivisione del lavoro, una riduzione dell’orario lavorativo, la distribuzione della ricchezza, modifiche della tassazione e un reddito base.”

Potremmo strutturare il lavoro in modo diverso. Ciò potrebbe impegnare le persone a riunirsi per comprendere le realtà di ciascuna e a riconoscere i modi in cui l’attuale amministrazione della società non funziona per la maggior parte di noi. Anche se questa può parere una speranza lontana, creare relazioni sociali nonostante i nostri stili di vita indaffarati, creare collegamenti, riscoprire che cosa faremmo del nostro tempo – se fosse nelle nostre mani (e non nelle mani dei datori di lavoro) – è cruciale. Tali relazioni sociali costituiscono le fondamenta su cui possiamo creare trampolini per una nuova società molto necessaria. In un’era di lavoro ossessivo, che alimenta sofferenza e solitudine, sono necessari movimenti in direzione di stili di vita efficienti, produttivi, sani ed equilibrati per combattere il cambiamento climatico e muovere a una società più egualitaria.

Fonte: teleSUR English

Traduzione di Giuseppe Volpe per www.znetitaly.org

28 dicembre 2014