Il segnale che il tempo della distensione è finito è la riesumazione di Radio Free Europe. La redazione è a Praga. Già assunti 26 giornalisti a Kiev
di Roberto Giardina

freeBERLINO. La guerra fredda piace a molti, e assicura buoni affari a certe industrie, non solo belliche. Piace sempre agli Stati Uniti, dove sembra che tutti vivano con il complesso di Alamo: assediati da un nemico più numeroso e minaccioso. E nessuno legge i libri di storia per avere il dubbio che ad Alamo avessero ragione i messicani, e non Pecos Bill.

Il segnale che il tempo della distensione in Europa è finita viene dalla ripresa delle trasmissioni di Radio Free Europe o Radio Liberty, che per decenni, dalla fine della guerra, aveva inondato i paesi dell’est e la Russia con i suoi notiziari, in russo, in polacco, ungherese, céco, e tutte le altre lingue del blocco orientale. Una guerra di spie attraverso l’etere denunciavano Mosca, che reagiva con lo stesso metodo. Trasmissioni più o meno rozze e notizie manipolate.

La Germania Est trasmetteva in tv ogni settimana «Der Schwarze Kanal», il canale nero, diretto da Karl-Eduard von Schnitzler, scomparso nel 2001, un giornalista esperto che, si diceva, fosse un discendente illegittimo del Kaiser Friedrich III. I suoi filmati erano presi dalle TV occidentali, quel che contava era il montaggio. Schnitzler mostrava i barboni che morivano di freddo sotto i ponti di New York, e gli stracci nei bassi di Napoli. Ecco i miracoli del capitalismo. Ma i tedeschi dell’Est potevano ricevere anche le trasmissioni dall’altra Germania che mostravano le spiagge affollate di Rimini, e le vetrine di Natale a Amburgo o a Parigi. «Der schwarze Kanal» chiuse con la caduta del «muro», e così la sede di Radio Free Europe a Monaco.

1180a303725fb35fe99213f1d054721bLa guerra fredda, resuscitata grazie all’Ucraina, crea anche posti di lavoro. Il Congresso Usa ha finanziato Radio Free Europe che ha ripreso a trasmettere 12 ore al giorno da Praga. A Kiev sono stati assunti 26 giornalisti, e decine di collaboratori in tutto il paese, 40 sono i redattori ingaggiati in Russia, e un altro centinaio nei paesi dell’ex Unione Sovietica. La Radio sostiene di essere la voce della libertà, e come negli anni Cinquanta, per Mosca i giornalisti dell’emittente sono al soldo della Cia.

Mi sembra che il pericolo di manipolazione sia più elevato oggi rispetto al passato. Ieri i giornalisti venivano inviati sul posto, era facile sbagliare lo stesso, o vedere solo quel che faceva comodo, ma si poteva fare una tara. Adesso ci si informa via internet, non c’è tempo per controllare. Si può solo dedurre da quel che si vede o si sente, e avere sempre dei dubbi. Se tre anni fa, dalla Libia nei primi giorni venivano trasmesse immagini di manifestanti a Bengasi tutti con bandierine francesi nuovissime, avrei dovuto capire chi provocava i disordini. Se i servizi Usa, un’ora dopo l’abbattimento del Boeing malese nei cieli dell’Ucraina affermano di avere tutte le immagini riprese dai satelliti e che la responsabilità è di Putin, e quattro mesi dopo queste foto non vengono ancora rese pubbliche, devo farmi qualche domanda.

«Noi abbiamo fonti che i nostri colleghi ci invidiano», si esalta il direttore di Radio Free Europe, Kenan Alijev. Ma anche lui ha dei problemi. Il novantenne Henry Kissinger non concede interviste volentieri ma ha parlato con un concorrente di Alijev, la tv russa «Aktuelle Zeit», tempo attuale, e ha detto: «Se la Russia e l’Occidente non rinunceranno a considerare l’Ucraina come il loro avamposto, non si potrà evitare la nuova guerra fredda». Perfino il vecchio Henry oggi non ritiene che la verità sia tutta da una parte. La nostra, ovvio.

31 dicembre 2014