L’Italia continua ad occupare una posizione poco gloriosa nella triste graduatoria dei paesi con la più alta disuguaglianza. Infatti nel 2011 tra i maggiori paesi europei hanno fatto peggio di noi solo la Gran Bretagna (e si tratta di un fatto storico) e la Spagna (qui, invece, la responsabilità è del tremendo impatto della crisi

Foto:"Povera Italia", di Angelo Mazzoleni

Foto:”Povera Italia”, di Angelo Mazzoleni

 mauriziodi Maurizio Franzini

In Italia la diseguaglianza tra i redditi è salita dal 31,7 al 32,1 per cento. Peggio di noi solo Gran Bretagna e Spagna. Ma il problema è strutturale.

In Italia la disuguaglianza nei redditi è alta. Lo è nel confronto con la maggioranza dei paesi occidentali, in particolare europei, e lo è in base a vari indicatori di disuguaglianza. Anche la disuguaglianza nella ricchezza accumulata – ovunque molto più accentuata di quella dei redditi – è alta sebbene in questo caso il confronto internazionale sia per noi meno sfavorevole.

Questo stato di cose, contrariamente a quanto spesso si afferma, non è l’esito della crisi in atto. La disuguaglianza alta e persistente esiste, da noi, da più di un ventennio e ha resistito agli alti (pochi) e ai bassi che la nostra economia ha conosciuto in questo periodo. Essa è, dunque, un nostro problema strutturale (tra vari altri) che si iscrive nella tendenza all’aggravamento delle disuguaglianze nel lungo periodo che non è certo esclusiva del nostro paese, come ben documenta Piketty nel suo fortunato Il capitale nel XXI secolo.

È, però, interessante chiedersi quale sia stato l’andamento della disuguaglianza (sia nei redditi, sia nella ricchezza) negli anni della crisi. Purtroppo, soprattutto per i redditi, non disponiamo di dati recenti, confrontabili a livello internazionale. Quelli raccolti dall’OCSE si fermano per quasi tutti i paesi al 2011; a essi faremo riferimento, comparandoli con quelli del 2007. Per la ricchezza, invece, possiamo disporre di dati più recenti; va, comunque, ricordato che i dati relativi alla ricchezza presentano seri problemi di rilevazione e perciò risultano meno attendibili.

In base all’indice della disuguaglianza più utilizzato, il coefficiente di Gini, in Italia la disuguaglianza nei redditi disponibili (cioè al netto delle imposte e inclusivi dei trasferimenti monetari da parte dello stato) tra il 2007 e il 2011 è cresciuta dal 31,7 al 32,1%. Si tratta, dunque, di un peggioramento lieve (0,4 punti percentuali) inferiore a quello di altri paesi e soprattutto – riferendoci ai maggiori tra gli europei – di Spagna (2,9 punti percentuali), Francia (1,6), Svezia (1,4), Danimarca (1,1) e Germania (0,6). Anche negli Stati Uniti il peggioramento è stato più marcato (1,1).

Malgrado ciò l’Italia continua ad occupare una posizione poco gloriosa nella triste graduatoria dei paesi con la più alta disuguaglianza. Infatti nel 2011 tra i maggiori paesi europei hanno fatto peggio di noi solo la Gran Bretagna (e si tratta di un fatto storico) e la Spagna (qui, invece, la responsabilità è del tremendo impatto della crisi).

Il generalizzato aggravamento della disuguaglianza nei redditi disponibili sarebbe stato maggiore se il welfare state non avesse rafforzato, in quasi tutti i paesi, la sua capacità redistributiva (almeno in base ai dati di cui disponiamo) limitando l’impatto del peggioramento nella disuguaglianza dei redditi percepiti nei vari mercati (incluso quello del lavoro) sulla disuguaglianza dei redditi disponibili. Ciò indica che il perverso motore della disuguaglianza è collocato più all’interno dei mercati che non nella macchina del welfare, malgrado i suoi molti difetti.

Ad esempio, in Italia l’indice di Gini applicato ai redditi di mercato – prima di tassazione e redistribuzione –è cresciuto di 1,1 punti, quindi quasi il triplo di quello nei redditi disponibili. Anche per effetto di questo aumento, esso ha raggiunto il 50,2%, un valore davvero ragguardevole, assai vicino a quello degli Stati Uniti (50,6%). Anche in questo caso molti paesi europei hanno fatto peggio di noi, in particolare la Spagna dove l’indice è cresciuto, in modo drammatico, di ben 6,1 punti.

Un rapido sguardo ai dati sulla ricchezza (in particolare quelli raccolti dal Credit Suisse) mostra che negli anni della crisi la quota di ricchezza concentrata nelle mani dell’1% più ricco è cresciuta ovunque, con le modeste eccezioni di Svezia e Stati Uniti dove è diminuita di pochissimo (0,2 e 0,5 punti percentuali, rispettivamente). In Italia quella quota è cresciuta di ben 4 punti percentuali (dal 17,7 al 21,7%), poco meno che in Spagna – anche in questo caso leader – e come in Danimarca, ma più che in tutti gli altri maggiori paesi. Malgrado questo peggioramento – e senza dimenticare che la ricchezza detenuta dall’1% più ricco è comunque molto alta – l’Italia risulta, in questo caso, meno disuguale di molti altri paesi. Ciò è dovuto essenzialmente alla diffusione della proprietà della casa che contrasta la concentrazione della ricchezza complessiva.

Una differenza di rilievo nella dinamica della disuguaglianza dei redditi e della ricchezza emerge considerando che la seconda, diversamente dalla prima, negli anni precedenti la crisi era in diminuzione pressoché ovunque; la crisi ha, dunque, avuto l’effetto di invertire quella tendenza e di rafforzare la posizione dei più ricchi. Anche questo dato porta alla conclusione che tra disuguaglianza e andamento dell’economia non vi sono nessi sistematici. Perciò coloro – e sono moltissimi – che nutrono la speranza se non la convinzione che con l’attesissimo ritorno della crescita economica anche le disuguaglianze si attenueranno hanno ottime probabilità di restare delusi. La lotta alla disuguaglianza richiede misure specifiche che, per quanto si è visto, non possono riguardare soltanto il welfare state, ma dovrebbero incidere anche, e soprattutto, sul funzionamento dei mercati.

Fone: Sbilanciamoci!

18 febbraio 2015