Nel 2015, oltre centomila minori non accompagnati hanno fatto domanda di asilo in 78 paesi. I governi europei riferiscono che ci sono almeno diecimila bambini in Europa che sono scomparsi nel nulla

Aleppo, December, 2015. (AFP / Karam Al-masri)

Aleppo, December, 2015. (AFP / Karam Al-masri)

di Vijay Prashad

Il nuovo rapporto dell’Unicef (settembre 2016) alla voce “Sradicati” segnala il peggioramento delle condizioni dei bambini migranti e rifugiati. Sono dati che, secondo il rapporto dell’Unicef, debbono far riflettere. In tutto il mondo ci sono cinquanta milioni di bambini che sono stati sradicati dalla loro terra e dai loro affetti. In tutto il mondo – ripeto – ben cinquanta milioni.

I bambini costituiscono un terzo dell’umanità e, tuttavia metà dei rifugiati sul pianeta sono bambini. Quando sentiamo i politici parlare di ‘rifugiati’ in maniera velenosa, ricordiamoci che uno su due di coloro che mettono alla gogna, sono bambini che sono stati scaraventati fuori dalla loro vita di relativa stabilità e gettati in una vita di totale incertezza.

Una vita di fughe e nei campi profughi, lascerà questi bambini senza gli elementi dello sviluppo umano: nutrizione decente, un tetto, l’istruzione e lo svago. Vivono vite ai margini, vite vuote, vite di grande angoscia e di traumi

Il mondo che sta venendo fuori è un mondo con grandi numeri di sfollati cui sono stati negati i beni sociali.

Il rapporto dell’Unicef dimostra che un numero crescente di bambini sradicati attraversano da soli i confini. Nel 2015, oltre centomila minori non accompagnati hanno fatto domanda di asilo in 78 paesi. Questo è tre volte il numero di minori non accompagnati che erano nella stessa situazione nel 2014. I governi europei riferiscono che ci sono almeno diecimila bambini in Europa che si sono perduti. Erano stati registrati al confine, ma poi sono scomparsi da qualsiasi controllo.

Si è scoperto che metà dei bambini non accompagnati che arrivano ai posti di controllo ai confini, poi spariscono dai centri per i rifugiati

L’Europol (Ufficio europeo di polizia) riferisce che c’è una ‘enorme quantità di scambi’ tra coloro che fanno entrare illegalmente le persone in Europa e le bande di trafficanti che vivono di sfruttamento sessuale minorile e del lavoro a cui costringono i bambini. Brian Donald dell’Europol (ha detto che ‘le bande criminali moderne, intraprendenti, organizzate, vanno dove le possibilità sono alte e il rischio è basso.’ Il traffico illegale di bambini e di mano d’opera, è una di queste aree.

Fuga

Da che cosa fuggono questi bambini? In America Centrale fuggono dalla violenza delle bande e dalla povertà estrema. I genitori che hanno paura di non fare niente per proteggere i loro figli, talvolta li mandano lungo le vie di transito, sperando che in qualche modo riusciranno ad arrivare in un posto migliore. Questi viaggi sono pericolosi, come esplicita un altro rapporto dell’Unicef: Sogni infranti: il pericoloso viaggio dei bambini dall’America Centrale agli Stati Uniti (Agosto 2016). La maggior parte di questi bambino provengono da El Salvador, dal Guatemala e dall’ Honduras – paesi con tassi molto alti di omicidi e con gravi problemi di bande criminali. Molti di questi bambini – 16.000 nei primi sei mesi del 2016 – sono stati fermati al confine con il Messico. Forse altrettanti bambini sono spariti nelle reti dei rapitori oppure sono stati uccisi.

L’Unicef ha trovato delle prove che i cartelli della droga minacciano i bambini per fargli trasportare la droga per loro al di là dei confini

Sei ragazze su dieci, riferisce Amnesty International, vengono stuprate durante il viaggio. Se i bambini riescono ad arrivare negli Stati Uniti, c’è una buona possibilità che saranno arrestati e deportati.

Metà dei bambini rifugiati arrivano dall’Afghanistan e dalla Siria. Molti di questi bambini hanno meno di 13 anni. Fuggono dalla violenza del peggior genere. La guerra ha afflitto l’Afghanistan almeno negli scorsi 16 anni, se non nel corso delle due passate generazioni. La stabilità non è nel prossimo futuro. Fuggire è una reazione umana. Il primo percorso è fuggire dalla campagna verso i quartieri poverissimi di Kabul che si stanno espandendo.

Senza elettricità o acqua in queste periferie povere, e con poche opportunità per adulti e bambini, una seconda fuga è nel normale corso delle cose

La Siria è stata in guerra soltanto per cinque anni, ma la devastazione è forse maggiore che in Afghanistan. Metà della popolazione è sfollata, e tutti gli indicatori sociali sono in caduta libera. Anche lì la popolazione non vede nessuna luce alla fine del tunnel. Non c’è quindi da meravigliarsi che anche qui gli sfollati continuino a spostarsi fino quando si trovano o nei campi dell’ONU in Giordania o lungo il percorso dalla Turchia all’Europa.

In effetti, proprio il linguaggio che abbiamo è limitato. Il termine ‘rifugiato’ spoglia le persone della loro umanità. Sono esseri umani che hanno visto crudeli intenzioni umane distruggere la loro probabilità di sopravvivenza e ridurli nella condizione rifugiati. Nessun vuole essere un rifugiato. Non è un’identità che rende orgogliosi. E’ un marchi di disumanità. Non è il rifugiato che dovrebbe vergognarsi. Sono quelli che hanno permesso si producessero a questi livelli storici di trasferimenti, che dovrebbero considerare che cosa hanno provocato le loro politiche.

Responsabilità

Come mai i paesi più potenti (e più ricchi) sono quelli meno disponibili ad accettare i rifugiati? La Turchia ospita il più gran numero di rifugiati recenti, mentre il Libano ha la maggiore percentuale di rifugiati rispetto alla sua popolazione. Se si guarda al livello di reddito, la Repubblica Democratica del Congo, l’Etiopia e il Pakistan hanno la più alta concentrazione di rifugiati. Questi sono paesi con scarse risorse i quali – a causa della loro posizione geografica – hanno dovuto assorbire grandi numeri di persone rimosse dai loro paesi. Non hanno semplicemente alcuna scelta.

In Libano uno su cinque degli abitanti è un rifugiato. La disparità è estrema. Non ci si può aspettare che gli Stati Uniti accolgano tanti rifugiati quanti ne prende il Libano. Non succederà proprio

D’altra parte, l’animosità verso i rifugiati, acuita dagli attacchi terroristici dei “lupi solitari”, è dolorosa. Quella retorica contro i rifugiati è mirata a quei bambini che costituiscono metà delle persone del pianeta costretta a spostarsi dai loro paesi?

Le zone di conflitto e le zone di povertà non sono abitabili da nessuno. La sopravvivenza è resa difficile lì. Una seria attenzione a questi problemi dovrebbe essere al primo posto nelle discussioni dei leader mondiali che questa settimana si riuniscono all’ONU. Non li affronteranno però con il tipo di attenzione richiesta. Gli Stati potenti saranno d’accordo sul problema soltanto a parole, ma gli voltano le spalle. Essi hanno un ruolo enorme nella creazione della crisi e si assumono un ruolo minore per fornire sollievo per le conseguenze della crisi. Questo è lo scandalo del momento.

Vijay Prashad è professore di studi internazionali al Trinity College ad Hartford, Connecticut. E’ autore di 18 libri, tra i quali : Arab Spring, Libyan Winter[Primavera araba, inverno libico], (AK Press, 2012), The Poorer Nations: A Possible History of the Global South [Le nazioni più povere: una storia possibile del sud globale],(Verso, 2013) e The Death of a Nation and the Future of the Arab Revolution [La morte di una nazione e il futuro della rivoluzione araba], (University of California Press, 2016). I suoi articoli sono pubblicati su AlterNet ogni mercoledì.

Fonte: Alternet

Traduzione di Maria Chiara Starace –  ZNET Italy