La corsa elettorale americana è deragliata sulla notizia della riapertura dell’inchiesta Fbi sulle email del candidato democratico alla Casa Bianca Hillary Clinton. A dieci giorni dalle elezioni il pubblico è confuso, i mercati hanno subito perdite, Hillary è sulla difensiva, Donald Trump è improvvisamente rinvigorito. Insomma, cosa succederà dopo questa ennesima notizia-bomba?

Illustration by Dave van Patten

Illustration by Dave van Patten

di Vincenzo Maddaloni

La domanda è d’obbligo perché

l’America è pur sempre  «il grosso cane  in una stanza troppo piccola. Ogni volta che scodinzola, fa cadere una sedia»,

come scriveva Arnold Toynbee,  ne “Il mondo e l’Occidente”, scatenando non poche polemiche.  Egli credeva che per le civiltà valga un meccanismo di “sfida e di risposta”, poiché una civiltà nasce quando un gruppo umano è in grado di rispondere ad una sfida che gli viene posta dall’ambiente naturale o sociale e muore quando la civiltà non riesce più a rispondere vittoriosamente alle sfide che incontra. Toynbee riteneva possibile l’incontro e lo scontro, l’intrecciarsi di una pluralità di civiltà.

Tuttavia, per spingersi verso “modelli economici più consapevoli” è indispensabile favorire il dialogo, la conoscenza, fare in modo che i diritti fondamentali dell’uomo non appaiano più come prodotti occidentali, ma radicati nell’orizzonte culturale e spirituale proprio dell’universo culturale che va riscoperto e sostenuto. Questo implica però l’accettazione da parte di tutte le culture di quel quadro di valori fondamentali, e cioè i diritti dell’uomo, i principi di democrazia, la distinzione tra Stato, confessioni religiose e società che sono elementi ineludibili e non sono negoziabili.

Gli Stati Uniti sorvolano sullo scenario evocato da Toynbee presentandosi al mondo come i veri “difensori della democrazia”.

E’ una configurazione teorica che mette insieme il fondamentalismo cristiano di destra, il sionismo americano militante e un militarismo senza limiti, per certi versi seducente nella sua perversione.

Avvolta nel mito della bandiera, della famiglia e della Chiesa, la politica interna americana si proietta verso l’esterno assumendo una forma aggressiva, unilaterale, arrogante, ma seducente agli occhi di chi la sostiene. Su questo non c’è distinzione tra repubblicani e democratici, è soltanto questione di sfumature.

Provate a pensarci. Con Clinton o Trump alla presidenza degli Stati Uniti prevarrà la cultura del rispetto dei diritti umani o quella dell’human security con la quale si limiteranno gli spazi democratici e si privilegeranno le leggi coercitive che ben conosciamo? Prevarranno le libertà civili o le leggi di sicurezza, gli imperativi dei sacri testi? La risposta è scontata, perché finché inalberano l’immagine di “difensori della democrazia”, di “modello di civiltà”, 

gli Stati Uniti si assicurano ogni libertà d’azione, un po’ come nel secolo scorso accadeva con la minaccia del ‘socialismo reale’ dell’Unione Sovietica.

Sicché il Medio Oriente in fiamme, l’Isis, la Russia sanzionata diventano la preziosa occasione per riaffermare l’America agli occhi del mondo nel ruolo di superpotenza, poco importa se chi la rappresenta si chiama Clinton o Trump, e se la competizione elettorale è soltanto uno show.

Pubblicato su Linkiesta

29 ottobre 2016