Trump non è nulla di nuovo. Gli europei per decenni hanno sopportato i loro mini-Trump, scrive John Feffer direttore di Foreign Policy In Focus.  Una analisi molto “suggestiva” la sua che merita di essere letta.

di John Feffer                         

20151212_ldd001_0Donald Trump potrebbe sembrare un fenomeno unicamente Americano. Il miliardario imbonitore si è reinventato prima come personaggio televisivo e poi come un anticonformista politico populista.

Ha cavalcato il potere con slogan patriottici : Rifacciamo grande l’America e ha adattato le sue prescrizioni politiche a specifici elettorati americani come i minatori di carbone della Virginia Occidentale e gli operai delle fabbriche del Michigan. Ha parlato a inquietudini americane molto particolari riguardo all’immigrazione, la criminalità e le armi. Si possono trovare tracce di Trump nella storia americana (Andrew Jackson, Huey Long) e nella letteratura Americana (Elmer Gantry, Lonesome Rhodes).

Donald Trump praticamente rappresenta l’America. E, tuttavia, Trump non è nulla di nuovo. Gli europei per decenni hanno sopportato i loro mini-Trump. Anche Silvio Berlusconi iniziò la sua carriera nel campo immobiliare prima di diventare un magnate miliardario dei media. Donnaiolo e populista di destra che promise di creare un milione di posti di lavoro, Berlusconi guidò alla vittoria il suo partito Forza Italia, più di 20 anni fa, nel 1994. Invece l’economia italiana sprofondò sempre più giù nei debiti e nella corruzione, e Berlusconi si impantanò in una serie di scandali.Silvio Berlusconi è stato, come si è espresso indelicatamente The Economist, “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. Per Trump è un’eredità impegnativa per Trump.

Ancora più ad est in Europa, Polonia, Ungheria e Slovacchia hanno prodotto tutte i loro mini-Trump nel corso degli anni. Mentre l’America è all’erta per la frana dell’Uragano Trump, è istruttivo osservare la traiettoria di questi leader populisti dato che forniscono degli indizi per il nostro futuro.

Ungheria: politicamente oscillanti

Viktor Orban iniziò la sua vita politica come liberale. Contribuì a fondare l’Alleanza dei Giovani Democratici – Fidesz – a Budapest nel 1998. Nel 1989, quando il comunismo cominciò a sgretolarsi, il nuovo movimento promise di essere “radicale, liberale e alternativo.” Fidesz introdusse una nota giocosa nelle elezioni del 1990. Un poster della campagna elettorale, particolarmente sorprendente, anche se eteronormativo, della campagna di quell’anno, mostrava due immagini di un bacio: tra due dinosauri comunisti, Leonid Brezhnev e Erich Honecker, e tra due giovani e attraenti ungheresi. “Fate la vostra scelta,” diceva la scritta. Quell’anno, Fidesz prese quasi il 9% dei voti.

Oggi Fidesz non è più liberale o alternativo. Non è più il partito dei giovani. Ed è lungi dall’essere irriverente. Dopo una continua marcia verso la Destra, guidata dall’attuale Primo Ministro Viktor Orban, è diventato il partito dell’ortodossia.

“E’ stato del tutto inaspettato quello che è accaduto in Ungheria, dove una democrazia liberale consolidata è regredita verso un regime autocratico o ibrido,” dice il sociologo ungherese Andras Bozoki. “Non era mai accaduto nell’Unione Europea che un paese facesse improvvisamente un’inversione a U dalla democrazia verso un qualche tipo di mezza-democrazia. Quando gli Austriaci elessero il partito di Haider, ci fu un’enorme protesta nell’Unione Europea. Ci fu anche una emarginazione nei riguardi di Berlusconi, ma nessuna di queste persone aveva i due terzi della maggioranza in parlamento, e quindi non poterono cambiare la costituzione.”

Dopo avere ottenuto più del 50% dei voti sia nel 2010 che nel 2014, Fidesz può far approvare qualsiasi legge voglia. Quando la corte costituzionale del paese ha ribaltato le leggi fondamentali di Fidesz, il partito ha semplicemente ottenuto il suo scopo cambiando la costituzione, cosa che ha fatto quattro volte – ricordandoci la storia apocrifa del libraio di Parigi che, quando gli venne chiesta una copia della costituzione francese dopo la II Guerra Mondiale, ripose che non trafficava in letteratura di periodici.

Orban si è spostato a destra meno a causa della sua convinzione ideologica che per opportunità politica. In Ungheria, il principale partito liberale (la Alleanza dei Democratici Liberi) e gli ex Comunisti (il Partito Socialista) si misero insieme in due occasioni per formare un governo di coalizione. Orban era furioso a causa di quello che percepiva come un tradimento da parte dei suoi compagni liberali. La coalizione liberal-socialista, nel frattempo, metteva in atto severe riforme economiche e divenne tristemente nota per la sua corruzione. Il discredito della sinistra liberale per motivi economici, diede a Orban i mezzi per riprendere il potere nel 2010. Fidesz ha insistito sui suoi temi populisti – le persone comuni non traevano vantaggio dalle riforme economiche, l’élite si era associata agli interessi stranieri contro la nazione, le minoranze (i Rom, gli immigrati) stavano trascinando il paese nell’illegalità. Vi ricorda qualcosa?

Come Trump, Fidesz è dappertutto. Ha imprecato contro le banche internazionali, anche se esso impone varie riforme neoliberali. Orban e principalmente interessato

a quello che gli economisti chiamano “appropriazione dello stato”. Il partito di governo sta usando l’apparato statale per indirizzare i benefici – posti di lavoro, contratti, pagamenti – ai suoi sostenitori. Se il governo ungherese nazionalizza di nuovo il gas, l’elettricità, l’acqua o le banche, non è a causa di una qualche convinzione fondamentale che lo stato trae benefici dal controllo dei “più alti vertici” dell’economia. Piuttosto Fidesz semplicemente vuole avere più potere nelle sue mani e maggior bottino da distribuire.

Il pubblico ungherese non è ignaro di questa corruzione. In effetti, secondo un sondaggio svoltosi in luglio, due terzi degli ungheresi credono che Fidesz sia “molto corrotto.” Anche un terzo dei sostenitori di Fidesz la pensano così. In ottobre il governo ha chiuso un autorevole giornale di opposizione e ha appoggiato un referendum anti-immigrazione che non è riuscito ad attirare un numero sufficiente di votanti per essere valido. Malgrado tutto ciò, o forse a causa di tutto questo – Fidesz rimane molto popolare. In realtà il suo consenso in ottobre è aumentato fino al 49%. L’intera opposizione – Socialisti, Verdi, Liberali – raccoglie soltanto un po’ di più del 30%. Fidesz si è trovato davanti a più competizione da parte partito di estrema destra, Jobbik. Spostandosi però regolarmente alla stessa estrema destra, il partito governante ha battuto sul tempo il partito Jobbik.

Lezione per gli Stati Uniti: non sottovalutate gli opportunisti corrotti che non esitano per nulla a corteggiare gli estremisti per rimanere al potere. La sinistra liberale ungherese si è frammentata subito dopo la vittoria di Fidesz, permettendo al partito governante di focalizzarsi sull’appello ai votanti ancora più a destra. L’opposizione vittoriosa richiede unità e il messaggio più ampio possibile.

Polonia: la crociata cristiana

L’anno scorso, il Partito per la Legge e la Giustizia (PiS) ha preso il controllo della presidenza e del parlamento, infliggendo un colpo decisivo sia la partito liberale di centro-destra che agli ex-Comunisti. Si è mosso rapidamente per attuare le sue politiche favorevoli al cristianesimo e anti Unione Europea. Il consolidamento del potere da parte del PiS attraverso i media, il pubblico ministero e la Corte Costituzionale ha sfidato le norme democratiche ed ha anche causato un rimprovero dall’UE. La primavera scorsa, Bruxelles ha chiesto che il governo polacco ritornasse sui suoi passi autoritari. Varsavia ha detto di no.

Pare che l’UE non sembra avere le parole per sostenere le sue azioni. Un diplomatico di alto livello ha detto che la recente elezione americana rafforza soltanto la decisione del governo polacco: “Sono fiducioso che il Presidente Trump non vorrà essere coinvolto in tutta questa discussione. Capiamo che Trump condivide il nostro concetto di sovranità. Non gli importa dei problemi interni di altri.”

Questo lascia il compito della resistenza ai polacchi stessi. Le donne si sono mobilitate contro il piano del governo di proibire tutti gli aborti. Gli insegnanti hanno dimostrato contro i tentativi del governo di cambiare i curricula scolastici per riflettere i “valori patriottici.” Un nuovo movimento civico, il KOD, (Komitet Obrony Demokracji), Comitato per la difesa della democrazia, sta tentando di costruire il fronte più ampio possibile contro il governo. Il PiS, però, rimane di gran lunga più popolare dell’opposizione.

Legare insieme tutti i nuovi movimenti populisti di destra, è il loro modo di pubblicizzare i valori cristiani. Uno dei primi cambiamenti che Fidesz ha fatto alla costituzione ungherese è stato di inserire una frase che riconosce “il ruolo del Cristianesimo nel preservare lo status di nazione.” La Chiesa Cattolica è un importante sostenitore del PiS in Polonia, e la comunità religiosa si è dimostrata una sostenitrice fondamentale di Trump.

In una relazione fatta via Skype durante una conferenza in Vaticano nel 2014, il guru della destra alternativa, Steve Bannon, ha identificato tra sfide di civiltà: il capitalismo clientelare, il laicismo strisciante e il “fascismo islamico jihadista.” Era in difficoltà a decidere quale era peggiore: l’Islam o il laicismo, ma era chiaro riguardo alla posta in gioco:

Siamo proprio all’inizio di un conflitto brutale e molto sanguinoso per il quale se le persone in questa stanza, le persone in chiesa, non si impegnano insieme e formano realmente quello che penso sia un aspetto della chiesa militante, per essere realmente in grado non soltanto di stare con le nostre convinzioni, ma di lottare per queste contro questa nuova barbarie che sta iniziando, questa sradicherà completamente ogni cosa che ci è stata lasciata in eredità nei 2.000, 2.500 anni passati.

Bannon e i suoi correligionari immaginano semplicemente una nuova crociata contro i musulmani e i laici. Ho descritto le linee generali di questo tentativo nel mio libro Crusade 2.0, ma questo avveniva quando queste forze erano ancora ai margini. Ora si sono spostate davanti e al centro.

Un altro elemento chiave dell’esempio polacco è il populismo economico del PiS. Ha preso di mira i suoi programmi economici per coloro che non hanno avuto vantaggio dall’accesso del paese nell’UE e, più in generale alla globalizzazione. Remi Adekoya scrive su The Guardian:

Mentre il PiS è fortemente di destra riguardo ai problemi sociali, il suo approccio economico può essere descritto come di sinistra. Mette in risalto la necessità di affrontare la disuguaglianza e propaga forti politiche sociali. Ha introdotto pagamenti mensili in contanti equivalenti a 100 sterline per tutti i genitori che hanno più di un figlio per il mantenimento di ogni figlio successivo fin a quando questo/questa non avrà 18 anni. E quindi, se uno ha tre figli, riceve 200 sterline al mese e così via. Per i genitori con un figlio, il pagamento è condizionato al reddito basso.

Nessun governo precedente si era mai imbarcato in un programma sociale così generoso. L’approccio del PiS mette in difficoltà molti polacchi della sinistra.

Lezione per gli Stati Uniti: state attenti agli appelli dell’amministrazione Trump ai “valori giudaico-cristiani” e pensate due volte prima di lavorare con l’amministrazione riguardo ai programmi economici. E’ probabile che Trump cercherà di abbandonare l’appoggio del Partito Democratico per i programmi interni, cosa che allevierà lo sforzo complessivo di opporsi all’appello dell’amministrazione. Una cosa è non opporsi a programmi economici ragionevoli. E’ del tutto un’altra collaborare con l’amministrazione sulla loro realizzazione (stai ascoltando, Tulsi Gabbard ?). (E’ una politica statunitense, membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato delle Hawaii, n.d.t.).

Slovacchia: il populismo è morto?

Negli anni ’90, dopo essersi staccata dalla Repubblica Ceca, la Slovacchia ha preso una piega diversa dalla democrazia. Il suo nuovo leader, Vladimir Meciar era la quintessenza del populismo. Introduceva errori di grammatica nei manifesti della sua campagna elettorale per dimostrare la sua vicinanza al popolo. Discriminava la popolazione ungherese etnica, in un certo momento del 1997, proponendo perfino un trasferimento in massa della popolazione in Ungheria per “risolvere” il problema della minoranza. Ha fatto approvare una campagna per “slovacchizzare” la cultura – per esempio ordinando che il 30% della musica trasmessa alla radio fosse di compositori slovacchi – e ha nominato i “suoi” per regolamentare i media, per essere sicuro che questi fossero l’eco della linea del suo partito. Era anche un corrotto incorreggibile che organizzava per i suoi “compari” di acquistare proprietà a buon mercato tramite un processo di privatizzazione.

“I primi anni del governo di Meciar furono quasi peggiori di quelli passati sotto il Comunismo,” ricordava lo scrittore Martin Simecka. “Il regime non era così forte come quello che c’era sotto il Comunismo, ma era più brutto, con queste tendenze fasciste e questo nazionalismo. Per me, personalmente, quelli furono anni molto brutti. Psicologicamente era molto difficile veder crescere il divario tra la Repubblica Ceca e la Slovacchia, coi i Cechi che andavano verso l’Occidente e noi Slovacchi che andavamo a est o assolutamente da nessuna parte.

Nel 1998, gli slovacchi ne avevano avuto abbastanza del loro illiberale. “Nei primi anni del governo Meciar, divenne davvero chiaro a ognuno, non soltanto al circolo ristretto, che questo tizio pensava a un tipo diverso di democrazia,” mi ha detto l’attivista Rasto Kuzel. “Andava bene alle ONG slovacche e alla società civile slovacca che dovessimo di nuovo unirci e combattere per questi principi. Dovevamo dimostrare molto attivamente che non volevamo questo tipo di democrazia e che volevamo che la Slovacchia tornasse sulla giusta via.

Migliaia di piccole organizzazioni, iniziative, circoli e gruppi di volontari hanno ottenuto risultati unici ,” racconta Martin Batora, ex ambasciatore slovacco alle Nazioni Unite. “Malgrado una complicata eredità di condizioni non democratiche, di arretratezza e di discontinuità, i protagonisti civici e i volontari riuscirono a impegnare e a motivare un pubblico più vasto perché offrivano concetti comprensibili, accettabili di libertà, solidarietà, attivismo che erano in linea con la modernizzazione democratica e che hanno distrutto il prevalente sistema di valori di impotenza civica, e anche la tendenza a preferire la promozione di interessi individuali invece del bene comune.”

Le organizzazioni straniere, comprese le fondazioni e i partiti politici, fornirono un aiuto significativo alla società civile slovacca. La mobilitazione contro Meciar faceva anche affidamento sull’influenza dell’Europa. Le inclinazioni antidemocratiche di Meciar costarono alla Slovacchia il suo posto nel primo turno di adesione all’Unione Europea il quale includeva la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia. Gli attivisti liberali usarono la diffusa paura di non avere i vantaggi per rafforzare la loro causa per la “cacciata” di Meciar.

Nel 1998, gli Slovacchi usarono le elezioni per allontanare Merciar dal potere. La strategia elettorale motivò i giovani e motivò coloro che in precedenza erano apatici. La considerevole vittoria mise di nuovo in rotta la Slovacchia per entrare nell’UE nel 2004.

Tuttavia, il problema è che il movimento contrario a Meciar si è focalizzato quasi esclusivamente sulla politica e non si è occupato dell’ansia economica che molti slovacchi provavano rispetto all’impatto del capitalismo dell’austerità e, più in generale, della globalizzazione. Di conseguenza, è comparso un altro populista, Robert Fico, che è riuscito ad aprire un dialogo con l’elettorato abbandonato denunciando l’austerità, rottamando una tassa piatta regressiva e criticando la privatizzazione. Ha anche vinte elezioni successive abbracciano una politica sociale simile a quella di Trump. Fico ha denunciato il flusso di migranti, chiamando “suicidio rituale” la politica più liberale dell’UE. Ha definito “anti-slovacchi” i critici, del suo partito, ripristinando una tattica dell’era di Meciar. Riguardo ai Rom, ha detto che la soluzione migliore sarebbe portare loro via tutti i loro bambini e metterli nei collegi.

Lezioni per gli Stati Uniti: in tutti i modi svegliare la base contraria a Trump focalizzando la sua attenzione sul suo trattamento delle minoranze, degli immigrati e delle donne. Assicuratevi, però di mettere insieme un programma economico che soddisfi le aspettative dell’America B e contemporaneamente “trafiggendo” Trump per i sussidi ai ricchi, ai lobbisti (del complesso militare-industriale, per esempio), e per le aziende più grosse.

Il lungo tragitto

Come dimostrano questi esempi europei, l’America deve affrontare un periodo lungo e difficile. Ci vuole un poco di tempo prima che una popolazione capisca chi è un populista. Berlusconi è andato dentro e fuori dal potere per due decenni. Anche Orban divenne ministro per la prima volta 20 anni fa.

Trump non ha davanti una carriera politica di quel tipo. Ha 70 anni. E’ il presidente più vecchio della storia ad assumere l’incarico. Può, tuttavia, fare molti danni, mentre è presidente. E credetemi: Mike Pence per molti versi è peggiore di lui (riguardo all’aborto, ai diritti di LGBT, e a molti problemi di politica estera.

L’amministrazione Trump potrebbe avere un mandato traballante – dopo tutto, ha perduto il voto popolare. Ma l’indice di consenso di Trump è già aumentato. Molti di coloro che erano anti-Trump sono pronti a lavorare con lui. Soprattutto, sta operando in un contesto internazionale favorevole (Brexit, Putin, Duterte, Le Pen).

Trump potrebbe sembrare un problema particolarmente americano. Ma non lo è. Per trattare con lui dovremo agire localmente. Dovremo, però, pensare e agire anche globalmente.

john-feffer-150x150John Feffer è direttore di Foreign Policy In Focus.Il suo libro più recente è il romanzo distopico: Splinterlands

Fonte: Foreign Policy in Focus – “What Europe Can Teach Us about Trump”

Traduzione di Maria Chiara Starace © 2016 ZNET Italy