BERLINO – Che cos’ha a vedere la mostra della pittrice romana Fernanda Mancini, aperta mercoledì a Berlino, con il problema del grande esodo di disperati verso l’Europa?

di Filippo D’Aragona   
Successo di Fernanda Mancini ( a destra nella foto) sul tema della contaminazione delle culture. Sempre nella foto, a sinistra il compositore Peng Yin

Successo di Fernanda Mancini ( a destra nella foto) sul tema della contaminazione delle culture. Sempre nella foto, a sinistra il compositore Peng Yin

Fernanda Mancini, che si divide da quando è caduto il Muro tra Berlino e Roma, si è ispirata alla musica del compositore cinese Peng Yin, altro berlinese d’adozione, che, a sua volta, si era ispirato ai versi del poeta di Pechino Gu Cheng, vittima prima della rivoluzione culturale e poi del brutale passaggio al capitalismo in Cina (si tolse la vita in esilio in Nuova Zelanda). Peng si è perfezionato tra Berlino e Israele, Mancini è giunta alla pittura partendo dagli studi di filosofia tedesca.

unnamed-1È più difficile da spiegare che da comprendere, visitando la mostra, inaugurata nel corso di una festa delle culture con oltre settecento invitati, in gran parte stranieri. Un incontro e una sintesi tra musica, poesia e pittura, tra la Cina e la Prussia passando dall’Italia e dal Mediterraneo. Tele in cui domina il bianco, che non è mai un vuoto, con rare chiazze di colore, che colpiscono come un suono improvviso, seducente, inquietante. La pittrice è stata invitata da Beate Eckstein, responsabile della Fondazione tra l’altro per il settore artistico, e da Helene Harth, la più grande italianista in Germania.

Un quadro per dimostrare, o meglio suggerire, che possono convivere uomini e donne di qualsiasi origine, o religione, e possono capirsi anche se non parlano ancora una lingua comune. Grenzklänge, suoni o note di frontiera, era il titolo dato alla serata che campeggiava sullo sfondo di un quadro: linee rosse parallele, come segni di confini che non si possono cancellare ma che diventano un luogo d’incontro, come le linee di uno spartito.

La fondazione, nata nel 1925, durante la splendida e tragica Repubblica di Weimar, si impegna da sempre nell’aiutare i giovani meritevoli, in Germania e in oltre 100 paesi, dal Sud America all’Asia, all’Africa. La fondazione, che fu vietata da Hitler, investe oltre 130 milioni di euro all’anno. Grazie a lei poté studiare l’ex cancelliere Gerhard Schröder, orfano di guerra, la madre donna di pulizie a ore. Oggi nel mondo una dozzina di primi ministri al potere o no, e decine di ministri, manager uomini d’affari di ogni nazionalità, parlano tedesco e hanno studiato grazie alla Friedrich Ebert. La cultura rende, ma l’utile non è valutabile.

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2 dicembre 2016