E’ finita a Sirte, nella una buca di una condotta, l’avventura di Moammar El Ghadafi, beduino e leader della Libia dal 1969. E’ finita in un’anonima ambulanza, avevano detto in un primo momento quelli del CNT, i supposti liberatori della Libia; ma non appena hanno compreso che nessuno avrebbe creduto alla storiella dell’ambulanza, ritenendo molto più verosimile che l’ex leader della Rivoluzione libica fosse stato giustiziato, hanno deciso di raccontare la verità. “Il colonnello Muammar Gheddafi é stato ucciso, la sua era é finita”. Così ha annunciato Abdel Hakim Belhaj, capo militare del Cnt a Tripoli, alla tv araba al-Jazeera. Il capo militare, noto per essere della corrente islamica, ha aggiunto: “Gheddafi era stato catturato dai nostri uomini e il suo cadavere é nelle nostre mani”.

Quindi nessun processo per lui, come avevano annunciato quando la sua cattura sembrava imminente. Per paura che la Nato potesse chiederne la consegna e per evitare che potesse, da vivo ancorché prigioniero, rappresentare ancora un catalizzatore per la popolazione libica che non si riconosce nei nuovi feudatari, i nuovi padroni della Libia hanno deciso di eliminarlo senza troppe cerimonie. Una vendetta tribale, un’affermazione di autorità e, insieme, una spavalda rivendicazione della nuova impostazione coranica della giustizia che regnerà nel nuovo protettorato occidentale a guida islamica.

Scompare così, circondato dai suoi ultimi fedelissimi e nascosto nella sua roccaforte, l’uomo che aveva annunciato dall’inizio della guerra la sua intenzione di morire resistendo, ma di non arrendersi o espatriare. E così è finita la vicenda del leader politico che il 1° Settembre del 1969, militare con il grado di tenente, diresse il colpo di stato con il quale un gruppo di ufficiali deposero il vecchio re Idriss, avanzo della monarchia dominante verso l’interno e dominata dall’esterno. Deposto Idriss, venne deposto anche il dominio delle compagnie petrolifere che della monarchia e del paese erano proprietarie.

Iniziò quindi l’epoca delle nazionalizzazioni, delle espulsioni di inglesi e italiani cui seguì l’adesione entusiastica al panarabismo nasseriano da parte del tenente che, ben presto, si promosse, modestamente, “Guida della Rivoluzione”. E siccome non c’è guida senza manuale che lo testimoni, nel 1976 decise di ammantare ideologicamente il suo regime, pubblicando il “Libro verde della Rivoluzione”, nel quale si fondevano con una discreta miscela di confusione elementi di nazionalismo e panarabismo, eletti ad avversari del marxismo e del capitalismo. Nel 1977 Gheddafi decise di cambiare il nome alla Libia, che da quel momento si chiamò Jamahirya (lo Stato delle masse ndr) Araba Libica Popolare e Socialista”.

Il successo di un regime durato 42 anni si è fondato probabilmente nella capacità che Gheddafi ebbe di costruire un comune denominatore nel mosaico delle tribù e di clan che da sempre hanno determinato gli equilibri interni alla Libia, anche internamente alle due etnie (Arabi e Berberi). Le tribù dei Warfalla (i più numerosi), gli Zintan, i Qadhadfa (alla quale apparteneva Gheddafi) e gli al-Magarha, gli az-Zawiya, i Banu Salim, i Meshrata e gli al-Awagir hanno infatti usufruito di un ruolo tutt’altro che secondario nell’amministrazione del governo sul piano territoriale. L’abilità principale del Rais libico è stata proprio quella di ridurre alla fisiologica compatibilità i contrasti interni attraverso una politica fatta di inclusione (di alcuni) e di elargizioni più diffuse.

Pur tenendo con mano durissima le redini del potere politico, infatti, ebbe l’arguzia di dispensare sufficiente potere economico e riconoscimenti formali e sostanziali alle diverse tribù, concretizzatosi anche tramite un relativo mantenimento di alcune prerogative nella gestione degli affari interni a livello locale. Le risorse straordinarie derivate dalla vendita del petrolio hanno permesso, a suggello, una struttura di welfare-state generalizzata che ha reso i libici la popolazione con il maggior reddito pro-capite del nord Africa.

Quale che sia il giudizio sul regime di Gheddafi, non si può non riconoscere che ha trasformato la Libia da oscura entità territoriale nordafricana in paese con un suo ruolo specifico nell’ambito internazionale. Di volta in volta indossando i panni dell’anticolonialista, del profeta dell’unità africana (scelta dopo aver constatato che quella araba rimaneva una chimera) ha avuto però molto più seguito all’interno del Paese che nella regione, dove i regimi arabi e nordafricani non hanno mai voluto degnarlo di attenzione, negandogli con qualche torto e con molte ragioni una leadership che il Rais aveva tentato di ottenere con parole e dollari.

Troppe le ingerenze della vecchia Europa coloniale e degli Stati Uniti (e della stessa Unione Sovietica, all’epoca) sui regimi nordafricani e mediorientali e sugli stessi regni del Golfo perché il leader beduino potesse assumere un ruolo unificatore. Nei confronti dei regimi vicini, del resto, l’antipatia era ricambiata: non si contano i gesti di disprezzo, quando non di aperta sfida, che l’ex Colonnello ha dispensato in lungo e largo durante gli ultimi trent’anni. E se negli Usa veniva chiamato “il pazzo di Tripoli”, nelle altre capitali arabe veniva considerato più o meno un visionario inaffidabile e inattendibile. Della sua passione per stupire e provocare diede dimostrazione plastica nelle visite in Italia, omaggiato e riverito da chi, oggi, senza pudore, definisce la sua morte “una bella notizia per il popolo libico”.

Proprio gli Usa, che dal 1979 (quando in una manifestazione venne incendiata l’ambasciata Usa a Tripoli) al 2006 (quando Gheddafi annunciò la fine del programma nucleare libico) inserirono la Libia nella lista dei “Paesi che sostengono il terrorismo”, cioè i paesi che non ricevono ordini dagli Usa, furono decisivi nella messa alle corde del regno del Colonnello. E quando l’Onu (dal 1992 al 2005) gli decretò contro un embargo aereo e militare, oltre a sanzioni economiche, Gheddafi tentò di tessere una tela di relazioni internazionali a 360 gradi con partiti, movimenti e gruppi che all’interno dei rispettivi paesi mediorientali promuovevano l’opposizione più dura. L’illusione del Rais era quella di divenire il leader di ogni rivolta, ma la verità è che era sopportato solo in virtù del denaro che elargiva ai rivoltosi, i primi a considerarlo inaffidabile tanto quanto i regimi contro i quali combattevano.

Finita l’epoca bipolare, finì anche il ruolo (anche qui, non particolarmente influente) che il Rais si era disegnato nel composit eterogeneo che si ritrovava nei Paesi Non Allineati, strutturazione d’altra parte superata da un mondo ormai privo della contrapposizione tra Est e Ovest. Proprio in quell’ambito, in effetti, avrebbero potuto trovare maggiore eco le teorie di Gheddafi: indisponibile a divenire cinghia di trasmissione del modello sovietico, ma fortemente contrassegnato da posizioni anti-imperialiste e nazionaliste, il blocco, che vedeva il maresciallo Tito e Indira Ghandi come leader più influenti, aveva potenzialmente un’apertura concettuale alle suggestioni gheddafiane. Ma, anche in quel contesto, il personaggio di Gheddafi divenne il primo killer delle tesi e del ruolo di Gheddafi stesso.

La sua repentina riconversione all’obbedienza verso l’Occidente non gli è però bastata a salvargli né il dominio sulla Libia né la sua stessa vita. Furbo, certo; equilibrista, forse. Ma non abbastanza scaltro da comprendere come finanziare alcuni governi europei in cambio della sua rivalutazione non sarebbe comunque stato sufficiente a paragone di quanto le ricchezze energetiche del suo Paese promettono. Il sipario calato a Sirte é stato così solo l’ultimo atto di un beduino che volle farsi re, senza capire che il trono su cui sedeva era infinitamente più interessante del sovrano stesso.

Fabrizio Casari

Tratto da: http://www.altrenotizie.org/esteri/4395-gheddafi-ultimo-atto.html

( 20 ottobre 2011 )