Mentre l’elicottero prendeva quota sul Vaticano, il “recinto di San Pietro”, con il peso insopportabile del governo giornaliero, diventava sempre più piccolo e lo sguardo è tornato a spaziare libero sulla città degli uomini, nell’ultima inquadratura da Vescovo di Roma.

Dall’alto Benedetto XVI ha ritrovato l’osservatorio a lui più congeniale, quello del teologo che la Chiesa in fondo l’ha sempre guardata dall’alto. Anche da Pontefice. Troppo in alto per accorgersi delle divisioni, del contingente, della zizzania.
Ma elevato quanto basta per intravedere l’orizzonte, le linee evolutive, le riforme che aprono al futuro.

“La Chiesa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi”, ha detto ai cardinali, concludendo con un atto di fede progressista il Pontificato di un Papa scelto per custodire e difendere.

La storia, dopo questi 18 giorni travolgenti, gli assegnerà altre etichette, non quella del conservatore. E già ora, nelle semplificazioni dell’immaginario mediatico, che lo aveva accolto come un Papa del passato, si congeda con un consenso da uomo del futuro.

Se il suo fosse stato un governo temporale, avvertiremmo che ha posseduto un respiro da statista, ma gli è mancata invece la gestione.

Se parlassimo di un manager, apprezzeremmo una lucidità da magnifico stratega, privo però di una qualunque dimensione tattica. Ma siccome si parla di un Papa, che da cardinale era il maggiore teologo vivente, prevediamo che un giorno sarà riconosciuto “dottore della Chiesa” e la storia lo ricorderà come tale, per un lascito di pensiero profondo e fascinoso, se solo pensiamo a “Deus Caritas est” e alle parole sull’eros, “capace di sollevarci in estasi verso il divino e condurci al di là di noi stessi”.

il seguito dell’articolo di Piero Schiavazzi  sull’  Huffingtonpost

28 febbraio 2013