Vi è un’abitudine mentale dominante a livello mondiale, e soprattutto nel mondo arabo, a partire dalla metà del XX secolo. Quest’abitudine afferma automaticamente che qualsiasi cambiamento improvviso che avviene nel mondo è sempre e comunque dovuto agli Stati Uniti.

Quando ebbe luogo il golpe del primo ministro iraniano Mohammad Mosaddeq, che depose lo scià e nazionalizzò il petrolio iraniano, emerse automaticamente la convinzione che dietro tale golpe vi fosse l’America, e che se ciò non era chiaro fin dall’inizio, certamente sarebbe emerso con chiarezza con il passare del tempo. Ma il tempo non tardò a confermare il contrario, quando i servizi segreti americani pianificarono a loro volta un golpe per riportare sul trono lo scià.

Quando ebbe luogo la rivoluzione del luglio 1952 in Egitto con il sostegno dell’esercito, i fautori di questa abitudine mentale affermarono che si trattava di un golpe americano, fino a quando gli eventi e gli sviluppi successivi non dimostrarono il contrario. Lo stesso avvenne con la rivoluzione irachena guidata da Abdul Karim Kassem nel luglio del 1958, e poi un anno dopo con la vittoria della rivoluzione armata di Cuba guidata da Fidel Castro e con il colpo di stato greco che rovesciò la monarchia. Perfino quando fu assassinato il presidente egiziano Anwar Sadat nell’ottobre del 1981, l’incidente fu attribuito a un intervento americano perché Sadat era appena tornato da un viaggio negli Stati Uniti.

Infine le rivoluzioni che ultimamente stanno avendo luogo in tutto il mondo arabo, essendo partite dalla Tunisia ed avendo acquisito un impatto ancora maggiore con la storica rivolta egiziana, non sono sfuggite a questa interpretazione che considera ogni cosa come il risultato di un’azione americana, sebbene gli Stati Uniti siano apparsi in difficoltà, non sapendo come rispondere a queste rivoluzioni e avendo cambiato le proprie reazioni da un giorno all’altro. Malgrado ciò, questa abitudine mentale ha continuato ad affermare che le rivoluzioni arabe farebbero parte di un grande piano americano…e che forse sarebbero semplicemente parte integrante del piano per il Nuovo Medio Oriente. Stavolta questa abitudine mentale ha trovato sostegno anche fra i leader arabi ai cui danni queste rivoluzioni sono scoppiate. Ed ecco infatti il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh affermare che il comando operativo di queste rivolte di massa si troverebbe a Tel Aviv ma sarebbe guidato in realtà da Washington. Siccome Israele è un partner fidato degli USA, non può che far parte di questo grande piano americano.

Naturalmente, nell’avanzata delle portaerei americane verso le coste libiche in conseguenza di quanto è accaduto in quel paese, e nei preparativi americani e della NATO per un possibile intervento, questa abitudine mentale – che ha ormai acquisito le caratteristiche di una teoria a lungo termine a partire dalla metà del secolo scorso – ritiene di trovare elementi che confermano la sua tesi secondo cui dietro gli eventi rivoluzionari verificatisi nel mondo arabo vi sarebbero fin dall’inizio gli Stati Uniti. Ma in effetti la verità che sta emergendo da questi avvenimenti è che l’America si trova in grande difficoltà di fronte a quanto sta accadendo. Certamente l’intervento USA in Libia potrebbe costituire una priorità per l’America a causa delle riserve petrolifere di quel paese, ma sicuramente essa non è in cima all’agenda delle priorità americane in questo difficile momento.

Un intervento militare in Libia rappresenterebbe infatti un impegno per gli Stati Uniti che rischierebbe di precludere altre possibilità di intervento che potrebbero rivelarsi di maggiore importanza per gli interessi americani.

La questione in cima alle priorità americane in questo momento è legata all’Arabia Saudita, molto più che a qualsiasi altro paese arabo o mediorientale. Un intervento in Libia ostacolerebbe un possibile intervento in Arabia Saudita qualora l’ondata rivoluzionaria araba dovesse propagarsi a quel paese.

L’imbarazzo degli Stati Uniti – e di Israele – è accresciuto dal fatto che negli ultimi anni essi si erano concentrati sull’Iran e su un possibile attacco militare a quel paese, sebbene fossero stati costretti a rendersi conto che la faccenda non era semplice come essi si immaginavano. Ora le rivoluzioni arabe sempre più estese e imponenti li hanno colti di sorpresa facendo loro comprendere che essi si stavano muovendo su palcoscenici lontani dal vero teatro degli eventi.

Non è un segreto che la stampa americana si sia dedicata più di tutti gli altri mezzi di informazione occidentali alla possibilità che la rivoluzione si estenda all’Arabia Saudita. Questa preoccupazione si è estesa ai più importanti istituti e centri di ricerca americani che orientano la politica estera degli Stati Uniti.

Rachel Bronson, vicepresidente del Chicago Council on Global Affairs, ha scritto un lungo articolo intitolato “Could the next Mideast uprising happen in Saudi Arabia?”, in cui sosteneva che sebbene il concetto di rivoluzione sia estraneo all’Arabia Saudita, diverse importanti personalità saudite hanno chiesto riforme politiche e sociali, e l’anziano re Abdullah ha annunciato ulteriori aiuti economici ai cittadini probabilmente per prevenire eventuali disordini.

Bronson si chiede se sia possibile una destabilizzazione dell’Arabia Saudita, che rappresenta il centro degli interessi di sicurezza degli Stati Uniti nella regione. A questo interrogativo essa risponde affermando che “non vi è dubbio che le rivoluzioni siano contagiose in Medio Oriente. E questa constatazione non si applica soltanto alle settimane passate. Negli anni ’50, quando Gamal Abdel Nasser salì al potere in Egitto scoppiarono proteste di carattere nazionale in tutta la regione, minacciando i governanti della Giordania e dell’Arabia Saudita, e poi anche della Libia e di altri paesi. Nei giorni scorsi sono rimbalzate le notizie relative alla collera dei leader sauditi per il fatto che l’amministrazione Obama alla fine ha appoggiato il cambiamento in Egitto, poiché ciò potrebbe costituire un precedente. Prima che il presidente Mubarak lasciasse il suo incarico, i sauditi si erano offerti di aiutare il regime egiziano in difficoltà compensando con aiuti sauditi ogni eventuale revoca degli aiuti americani, con l’obiettivo di ridurre l’influenza di Washington sull’Egitto”.

Dopo aver illustrato i punti di forza del regime saudita che lo fanno apparire più stabile – a cominciare dalla migliore situazione economica che deriva dall’aumento del prezzo del petrolio, e dall’attivismo ufficiale nel regno contro l’opposizione – Bronson scrive: “La fedeltà dei servizi di sicurezza è sempre un indicatore importante riguardo alla stabilità di un regime. Presso i sauditi rende fiduciosi il fatto che i principali membri della famiglia regnante ed i loro figli hanno il controllo di tutte le forze di sicurezza, dell’esercito, della guardia nazionale e della Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Essi dunque sopravvivranno o cadranno insieme. Non potrà esserci in Arabia Saudita un equivalente della presa del potere da parte dell’esercito egiziano in qualità di istituzione indipendente e credibile”. L’analista americana conclude affermando che “in Arabia Saudita il governo ha il monopolio della violenza. Senza dubbio i cittadini sauditi non hanno davanti a loro la possibilità di ricorrere alla violenza. Coloro che cercavano di creare un nuovo partito politico per chiedere più democrazia e il rispetto dei diritti umani sono stati arrestati”.

Bronson passa poi ad esaminare le preoccupazioni degli Stati Uniti legate all’Arabia Saudita, affermando che gli USA collaborano con i sauditi nella lotta al terrorismo, e sebbene non concordino con i sauditi sulle questioni legate al conflitto israelo-palestinese, non lasciano che ciò ostacoli gli altri interessi condivisi. “Washington non vuole che la monarchia saudita cada”, scrive Bronson, “e l’amministrazione Obama vuole che abbia luogo un cambiamento graduale con il passare del tempo, ed incoraggerà la realizzazione di un migliore sistema di governo che includa una maggiore rappresentanza politica e un approccio più liberale. Ma la rivoluzione democratica non aiuterà necessariamente coloro che noi ci auguriamo che vincano”.

Possiamo ritenere quest’analisi indicativa della situazione attuale in Arabia Saudita dal punto di vista dell’amministrazione americana. La realtà è che tutte le situazioni mediorientali diventano insignificanti per gli Stati Uniti se paragonate all’Arabia Saudita. Ma è altrettanto certo che, alla luce dell’attuale distribuzione delle forze americane, gli Stati Uniti non potranno garantirsi la possibilità di intervenire all’occorrenza in Arabia Saudita qualora intervenissero effettivamente in Libia.

Come afferma Jeremy Warner, vicedirettore del Daily Telegraph, “se dovesse cadere l’Arabia Saudita i prezzi del petrolio raggiungerebbero livelli spaventosi e rimarrebbero altissimi per lungo tempo. Qualora l’Arabia Saudita fosse colpita dal contagio e non riuscisse a compensare la mancata produzione libica con un aumento della propria produzione, potremmo dire addio alla ripresa economica mondiale”.

Di fronte a questa difficile situazione che non promette niente di buono, gli Stati Uniti potrebbero preferire una guerra civile di lunga durata in Libia al rischio che il contagio della rivoluzione raggiunga l’Arabia Saudita.

Basta questo a spiegare la notizia riportata dal noto corrispondente britannico Robert Fisk secondo cui vi sarebbe un piano americano di armare i ribelli libici attraverso forniture di armi provenienti dall’Arabia Saudita. In cambio delle armi inviate dai sauditi a Bengasi, gli Stati Uniti chiuderebbero un occhio di fronte a eventuali violenze commesse dalle forze di sicurezza saudite contro una possibile rivolta sciita nel paese.

Negli anni passati gli Stati Uniti avevano sperato che i venti del cambiamento soffiassero in direzione dell’Iran, ed ecco invece che essi soffiano in direzione del regime arabo che sta più a cuore degli USA e che finora aveva tranquillizzato Washington riguardo alla propria stabilità ottenuta tramite metodi di governo dittatoriali e corrotti.

Samir Karam  (giornalista libanese)

articolo tratto da http://www.medarabnews.com

( 16 marzo 2011 )