Non potrebbe essere più attuale, almeno per l’Italia, l’articolo di apertura dell’Economist di questa settimana sui sindacati. Il settimanale britannico, però, non parla del sindacato in genere, bensì di quello del settore pubblico: di chi rappresenta gli interessi dei dipendenti dello Stato.

L’Economist comincia facendo una constatazione che riguarda tutti i lavoratori, quelli del settore pubblico e quelli del settore privato: “gli ultimi trent’anni sono stati molto tristi per il sindacalismo”. Ci sono delle cifre, a sostegno di questa tesi: negli Stati Uniti la proporzione dei lavoratori aderenti a un sindacato, sul totale dei lavoratori, è scesa dal 33 per cento del 1979 al 7 per cento dei giorni nostri. In Gran Bretagna si è scesi dal 44 per cento al 15 per cento. Seppure in misure diverse, la tendenza è uguale dappertutto: nei paesi che aderiscono all’OCSE, solo un quinto dei lavoratori aderisce a un sindacato. C’è un’eccezione, però: il settore pubblico.

In Canada la penetrazione del sindacato dei lavoratori pubblici è aumentata dal 12 per cento del 1960 al 70 per cento odierno. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, è aumentata dall’11 al 36 per cento: i lavoratori pubblici iscritti al sindacato sono più di quelli del settore privato, nonostante il settore privato abbia cinque volte il numero di lavoratori del settore pubblico. In Italia la tendenza è simile: oggi i lavoratori del settore pubblico rappresentano la categoria di maggioranza relativa all’interno della CGIL. Se a questi si sommano anche gli iscritti alla categoria dei pensionati, si arriva alla maggioranza assoluta degli iscritti.

Questo fenomeno ha trasformato il movimento sindacale. Negli anni Cinquanta i sindacati erano composti dalla classe operaia, dominati da uomini che avevano lasciato la scuola a sedici anni, con idee di sinistra in economia e di destra sui temi sociali. Oggi rappresentano più la classe media: un quarto degli iscritti ai sindacati americani è laureato e ha idee progressiste su temi ambientali e sociali.

Una delle conseguenze di questo fenomeno è aver creato delle tensioni tra il settore privato e quello pubblico. Il primo è pervaso di competizione e concorrenza, il secondo da sicurezza e stabilità. Nel primo si cambia azienda facilmente, specie da qualche tempo; nel secondo il più delle volte si entra per restare tutta la vita. Fatte le dovute eccezioni, nel primo gli stipendi variano al variare del merito, nel secondo variano al variare dell’età. Il risultato di questa contraddizione è paradossale: negli Stati Uniti gli stipendi del settore pubblico sono cresciuti al doppio della velocità di quelli del settore privato.

L’Economist comincia allora col descrivere le distorsioni che a suo dire questo fenomeno ha provocato sul mercato del lavoro, a cominciare con l’erosione del consenso e della simpatia nei confronti dei lavoratori del settore pubblico da parte di tutti gli altri. Un fenomeno molto noto anche in Italia, dove i dipendenti del settore pubblico sono ritenuti nel migliore dei casi dei privilegiati, nel peggiore dei casi dei fannulloni. Il settimanale britannico descrive la profonda influenza del sindacato del settore pubblico: negli Stati Uniti, dove l’attivismo politico del sindacato degli insegnanti va molto oltre le battaglie di categoria; in Gran Bretagna, dove l’influenza del sindacato nel partito laburista ha portato a eleggere un segretario, Ed Miliband, gradito alla maggioranza dei sindacati e alla minoranza degli iscritti al partito.

Poi c’è il capitolo delle pensioni, in molti paesi “generose” e per questo causa di pensionamenti precoci: in Italia è accaduto qualcosa del genere negli anni Settanta e Ottanta, col fenomeno dei cosiddetti “pensionati baby”. In Brasile i dipendenti pubblici possono andare in pensione dopo 35 anni di lavoro, trenta per le donne, conservando l’intero stipendio. Per gli insegnanti la soglia scende a 30 anni, 25 per le donne. Il risultato è che il Brasile spende in pensioni più della Gran Bretagna, in proporzione, nonostante abbia una popolazione molto più giovane. L’Economist prosegue: “I sindacati hanno reso praticamente impossibile nel settore pubblico il licenziamento dei lavoratori incompetenti o inadeguati. In Grecia c’è una legge contro il licenziamento per chi lavora male. In altri paesi è come se ci fosse”. Questa rigidità, secondo l’Economist, si accompagna alla sistematica opposizione alle proposte di riforma e innovazione del settore. Nel settore privato si fanno di norma esperimenti con nuovi modelli di business e organizzazione: si misurano i risultati di queste innovazioni e quelle che hanno funzionato si implementano. Quando i manager del settore pubblico hanno cercato di fare lo stesso i sindacati si sono opposti. In Francia hanno bloccato ogni tentativo di introdurre maggiore flessibilità nel settore dell’istruzione, estremamente centralizzato.

Solo che ora le cose stanno cambiando, soprattutto a causa della crisi. I governi sono costretti a tagliare la spesa, e molti di questi lo stanno facendo tagliando gli stipendi del settore pubblico. Altri congelandola, come accade in Italia ma anche in Giappone e negli Stati Uniti. Altri aumentando l’età pensionabile e facilitando il licenziamento dei dipendenti pubblici, come la Grecia. Ciascuna di queste battaglie è diventata una battaglia tra governo e sindacati, e spesso finisce col primo che accusa i secondi di essere “privilegiati”. Secondo l’Economist le dimensioni dell’anomalia sono tali che quella che era una tradizionale battaglia della destra liberista trova oggi sponde anche a sinistra.

I sindacati hanno risposto dichiarando guerra ai tagli. Hanno già organizzato scioperi e proteste. In Francia hanno marciato a milioni contro il piano molto modesto di Sarkozy, che ha innalzato di due anni l’età pensionabile. Centinaia di migliaia di persone sono scese per le strade anche in Irlanda e in Grecia, contro le misure di austerità. I dipendenti della metropolitana di Londra hanno più volte paralizzato la città. Ma questo è solo l’inizio.

Finora non hanno conseguito grandi vittorie: l’aumento dell’età pensionabile in Francia è diventato legge, così come le misure di austerità in Grecia. Al contrario, questo attivismo ha fatto emergere il diffuso nervosismo dei lavoratori del settore pubblico nei confronti dei loro omologhi del settore privato. Le dimensioni del debito pubblico nei paesi dell’OCSE è tale che le pressioni per una razionalizzazione del settore pubblico continueranno ancora, scrive l’Economist. Il settore pubblico perderà dei privilegi, sul fronte delle pensioni e forse anche sul fronte degli stipendi. Se i governi ce la faranno, conclude il settimanale britannico, il risanamento della finanza pubblica non sarà l’unica conseguenza: magari si potranno percorrere delle strade per innovare il funzionamento dell’intero settore.

(10 gennaio 2011)